A settembre di quest’anno i media internazionali hanno riportato l’immagine di un parlamento in fiamme: si trattava del “Palazzo del Leone” di Kathmandu, in Nepal. Oltre alla straordinarietà dell’evento – la foto di un parlamento che brucia -, c’è stato un elemento in movimento che ha catturato l’attenzione di molti: un uomo impegnato ad appendere ai cancelli una bandiera nera, con un teschio, due tibie incrociate e un cappello di paglia. Come ha fatto la bandiera di un “cartone animato” a diventare un simbolo da esibire nelle proteste?
Lo scatto del fotografo Sunil Pradhan racchiude pienamente l’essenza del termine “simbolo”. La parola deriva dal greco antico σύμβολον (sýmbolon), che significa “segno”. A sua volta però proviene dal verbo συμβάλλω (symbállō), composto da σύν (“insieme”) e βάλλω (“gettare”), con il significato originario di “mettere insieme, unire” due parti distinte.
Il dissenso politico della Generazione Z
La Generazione Z, infatti, ha ridefinito le modalità del dissenso politico, coniugando cultura popolare e attivismo in un linguaggio simbolico e transnazionale. In questo caso le pratiche di protesta adottate si popolano di riferimenti estetici e narrativi provenienti dall’immaginario mediatico contemporaneo, trasformando così elementi della cultura di massa in strumenti di significazione politica. E le rassegne stampa degli ultimi tempi ne danno evidenza.
Nel corso degli ultimi mesi – come riportato dal quotidiano The Indian Express – la bandiera di One Piece è emersa come uno dei simboli più riconoscibili nelle proteste giovanili di diversi paesi asiatici. Ad agosto, in Indonesia, essa è apparsa durante le mobilitazioni contro la svolta autoritaria del presidente Prabowo Subianto.
A settembre, in Nepal, la stessa bandiera ha sventolato tra i manifestanti che protestavano contro le limitazioni all’uso dei social network imposte dal governo, percepite come un tentativo di controllo del discorso pubblico e della libertà individuale.
Anche nelle Filippine, durante le manifestazioni legate allo scandalo dei fondi pubblici destinati alle vittime delle alluvioni, la presenza di simboli della cultura pop – tra cui appunto la bandiera di One Piece – ha ulteriormente evidenziato come le nuove generazioni integrino attivismo digitale, estetica pop e coscienza civica, delineando un nuovo paradigma di partecipazione politica.
Non solo nel continente asiatico: il teschio stilizzato, le due tibie incrociate e il cappello di paglia sono stati esposti anche in Francia, durante i cortei del movimento Bloquons Tout, e in Italia, nelle manifestazioni a sostegno della causa palestinese, confermando il suo ruolo come simbolo globale di protesta e identità collettiva.
One piece, il manga di Eiichirō Oda
La scelta di One Piece come simbolo di protesta non è casuale, ma radicata nei temi universali della serie. Creata dal mangaka Eiichirō Oda e pubblicata per la prima volta nel 1997, la storia segue le avventure del giovane pirata Monkey D. Luffy, il cui obiettivo è trovare il leggendario tesoro chiamato One Piece per diventare il Re dei Pirati. Luffy è accompagnato da un equipaggio eterogeneo, chiamato a combattere contro i pirati rivali del Governo Mondiale, un’entità autoritaria e malvagia. La trama enfatizza valori come amicizia, libertà, coraggio e resistenza alle ingiustizie, temi che risuonano fortemente nei contesti di mobilitazione politica.
L’estetica dell’anime come strumento di dissenso politico
Come segnala Eleonora Zocca nell’articolo Perché la bandiera di One Piece è diventata il simbolo delle rivolte in tutto il mondo, la ricercatrice Mateja Kovacic, in un paper del 2024 intitolato “Hong Kong’s Anime: A Cultural History of Anime in Hong Kong’s Last Decade”, individua tre caratteristiche principali dell’animazione giapponese che la rendono particolarmente adatta come strumento simbolico nelle proteste: innanzitutto, le storie sono ambientate in realtà alternative e mondi differenti; in secondo luogo, presentano personaggi anarchici che, insieme ai loro compagni di avventura, combattono sistemi di potere ingiusti, corrotti e oppressivi; infine, i protagonisti sono spesso giovani adolescenti che affrontano un forte dilemma interiore, in continua tensione con le difficoltà esterne, generando una netta contrapposizione tra Bene e Male.
Non solo: come osserva Zocca, l’estetica “cute” dell’animazione, che semplifica e addolcisce i tratti dei personaggi, ha un ruolo simbolico. La morbidezza della bandiera dei pirati di Cappello di Paglia non solo offre un senso di protezione e conforto a chi si espone personalmente contro governi spesso autoritari, ma funge anche da furtivo ammiccamento verso chi conosce e comprende il significato di quel simbolo, trasformandolo in un emblema condiviso di resistenza e identità collettiva.
La bandiera di One Piece mostra come un simbolo possa fare molto più che comunicare un’immagine: come ricorda l’etimologia di sýmbolon, esso mette insieme due realtà distinte. Qui unisce fantasia e impegno civico, cultura pop e attivismo, tutela e visibilità, diventando un emblema condiviso di dissenso e di appartenenza.
Riusciranno i nostri “eroi” a vedere un epilogo fortunato e felice anche nella materialità storica attuale, come accade negli anime in cui il bene trionfa sul male?
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

