Lavorare di meno è possibile?

Dalla settimana di 40 ore alla settimana corta.

Negli ultimi anni, il dibattito sulla settimana lavorativa corta ha guadagnato terreno in Italia, coinvolgendo legislatori, sindacati, aziende e lavoratori. Prime fra tutte, le nuove generazioni, cresciute in un mondo interconnesso, digitale e in costante cambiamento, stanno riconsiderando sotto una prospettiva diversa il tempo dedicato al lavoro rispetto alle generazioni passate, in cui il lavoro rappresentava il principale fulcro della vita, un dovere, un’identità e spesso un sacrificio.

La settimana lavorativa di 40 ore, oggi la più comune per la maggior parte dei lavoratori, è in realtà una conquista storica che affonda le sue radici nel secolo scorso, frutto di decenni di lotte sindacali e rivendicazioni sociali.

Prima dell’avvento dei movimenti operai, infatti, nei contesti industriali dell’Ottocento, la giornata lavorativa poteva estendersi fino a 12-14 ore, sei o sette giorni su sette. Ma è solo nei primi anni del Novecento che le 8 ore di lavoro diventano finalmente un diritto insindacabile. È la Convenzione dell’ILO sulle ore di lavoro nell’Industria del 1919 a introdurre per la prima volta il limite delle 48 ore settimanali, una svolta epocale per i lavoratori di tutto il mondo.

Il contesto in cui nacque la riforma dell’orario di lavoro, radicalmente diverso da quello attuale, concepiva le 8 ore giornaliere quale traguardo, una liberazione dal faticoso lavoro industriale. Diversamente oggi, quella misura è percepita come rigida, obsoleta e inadeguata rispetto ai nuovi stili di vita e alle trasformazioni tecnologiche della società.

Da un sondaggio del The Guardian (Work-life balance more important than pay for employees worldwide – Joanna Partridge) è emerso come la Generazione Z, composta da individui nati tra il 1997 e il 2012, sta entrando nel mondo del lavoro con aspettative diverse rispetto al passato e per il 74% dei lavoratori avere più tempo per sé e per la propria vita conterebbe più dello stipendio.

Non si tratta di un rifiuto del lavoro in sé, ma di una ridefinizione di cosa sia prioritario, oltre al lavoro, per una migliore gestione di sé e delle proprie esigenze: tempo per il lavoro sì, ma anche per la salute mentale, la famiglia, la formazione personale e l’impegno sociale.

Questa priorità si riflette nella crescente popolarità della settimana lavorativa di quattro giorni. In Regno Unito, ad esempio, circa 200 aziende hanno adottato permanentemente la settimana corta senza riduzioni salariali, con l’obiettivo di migliorare il benessere dei dipendenti e attrarre talenti giovani. Ne scrive sempre il The Guardian. (Two hundred UK companies sign up for permanent four-day working week di Kalyeena Makortoff).

Lavorare nel weekend

Eppure, l’ultima indagine dell’Eurostat pubblicata il 1° maggio 2025, evidenzia una controtendenza notevole. È emerso come nel 2023 il 22,4% degli occupati in Unione Europea ha lavorato abitualmente durante i fine settimana. I settori più coinvolti sono quello agricolo, forestale, della pesca e dei servizi, compresa una percentuale di lavoratori autonomi.
La quota più elevata di lavoratori impegnati nel weekend si registra in Italia, che si attesta al secondo posto, dopo la Grecia, mentre i tassi più bassi si registrano ancora una volta in Nord Europa, tra Lituania Polonia e Ungheria.

“La settimana corta”

Non mancano, naturalmente, alcune resistenze. Alcuni settori, come la sanità e i servizi essenziali, potrebbero incontrare difficoltà nell’implementare orari ridotti senza compromettere la qualità del servizio. Inoltre, è fondamentale garantire che la riduzione delle ore lavorative non comporti un aumento dell’intensità del lavoro nei giorni residui.

Così, il tempo liberato non si considera tempo “vuoto”, ma uno spazio investito per rigenerarsi, per crescere e contribuire alla società in modi nuovi e diversi.

Valeria Cappellano
La Rocca e Associati S.p.A.

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