Stendhal definì il romanzo «uno specchio che si porta lungo la strada», intendendolo come lo strumento capace di riflettere la società del proprio tempo, proprio perché in grado di osservarne e restituirne la complessità sociale.
Lo stesso si potrebbe dire del cinema perché in grado di traslare sul grande schermo le tensioni e le trasformazioni sociali. Un esempio, di come l’industria cinematografica ci riesca, viene dalla Cina con il film d’animazione Ne Zha 2: Il destino del cielo. Sequel dell’acclamato Ne Zha, il film affronta le sfide delle nuove generazioni, esplorando temi come la consapevolezza individuale, il senso di responsabilità e le difficoltà esistenziali. In che modo?
La trama di Ne Zha 2 ruota attorno alla figura del protagonista, Ne Zha, un giovane eroe che – a differenza dei suoi predecessori – non crede che il proprio destino sia scritto nel cielo, ovvero da forze divine o predestinazioni. Non passa inosservata una battuta del film, che recita: «Il destino non è scritto nel cielo, ma nelle nostre mani». In quest’ultimo messaggio si rispecchiano i giovani cinesi, coscienti di abitare un mondo sempre più competitivo e complesso. Non da meno quello del lavoro.
La crisi occupazionale cinese
In Cina la crisi occupazionale relativa alla popolazione giovanile è un fenomeno che rivela le difficoltà ad accedere a un lavoro stabile e conforme alla propria formazione. Numerose le testimonianze raccolte dai quotidiani esteri. BBC, a esempio, raccoglie la testimonianza di Wu Dan, 29 anni laurea in finanza presso l’University of Science and Technology di Hong Kong. Ad oggi svolge un tirocinio presso una clinica di massaggi per infortuni sportivi a Shangai: «il mercato del lavoro è davvero duro. Sono davvero pochi i compagni di master che sono riusciti a stabilizzarsi».
Secondo i dati ufficiali, la disoccupazione giovanile in Cina ha raggiunto livelli preoccupanti. Nel 2023, il tasso di disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni ha superato il 20%, un dato che dimostra come il mercato del lavoro non sia riuscito a rispondere adeguatamente alla crescente domanda di occupazione da parte dei neolaureati (Fonte: La Stampa).
Il movimento degli sdraiati
In questo contesto di incertezze e difficoltà, è emerso un fenomeno noto come il “movimento degli sdraiati” (in cinese “Tang Ping”), che rappresenta quella forma di resistenza passiva da parte dei giovani contro il sistema lavorativo, le sue pressioni e le sue disillusioni. In Italia ne ha scritto Francesca Coin nel suo libro Le Grandi Dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita (Einaudi, 2023).
Il movimento prende il nome dalla pratica di “sdraiarsi”, un atto simbolico o una “postura” di rifiuto alla partecipazione alla frenesia della vita lavorativa e alla corsa al successo. I giovani che aderiscono a questa filosofia, spesso, scelgono di ridurre al minimo le proprie ambizioni, rifiutando le aspettative della società di essere sempre produttivi e competitivi.
Ma “sdraiarsi a vita” piò davvero rappresentare una soluzione a lungo termine? Nonostante il movimento degli sdraiati stia guadagnando sempre più visibilità, esso non può essere considerato una soluzione a lungo termine perché, se da un lato può portare a un appiattimento delle aspirazioni, dall’altro riduce ogni possibilità di crescita individuale e collettiva.
Il Tang Ping rappresenta sì una forma di protesta silenziosa da parte della nuova generazione cinese, ma – in una visione più ampia – riflette un malessere generazionale che supera i confini nazionali: un disagio globale, che accomuna quei giovani coscienziosi e desiderosi di ridefinire il rapporto tra vita, lavoro e senso di sé.

