L’occupazione femminile cresce ma il divario retributivo resta
Per le lavoratrici dipendenti le retribuzioni sono più basse di quelle degli uomini. È quanto porta alla luce il rapporto CNEL – ISTAT dello scorso 6 marzo dal titolo “il lavoro delle donne tra ostacoli e opportunità”.
Sebbene dal 2015 al 2022 il numero delle donne nel mondo del lavoro sia aumentato molto più di quello degli uomini (+13,3 % contro il +12,8%) continua a permanere, a livello di retribuzioni medie, una marcata differenza di genere.
La questione di genere è anche una questione di disparità salariale o, per dirla all’anglosassone, di gender pay gap.
Oltre il gender pay gap c’è di più
Secondo una ricerca effettuata da Indeed, il noto motore di ricerca per domanda e offerta di lavoro, le donne italiane, sebbene consapevoli di essere sottopagate, non trovano il coraggio di chiedere un aumento di stipendio. Meno di 4 donne su 10 ci riescono.
I dati emersi dalla ricerca restituiscono, sotto il profilo della disparità di genere, un’immagine sociologica alquanto triste del nostro Paese. Nonostante la consapevolezza (circa il 70% delle donne italiane è consapevole della presenza di un divario salariale), entrano in gioco fattori psicologici e culturali che bloccano il cambiamento.
Le donne, anche per paura di ripercussioni sul posto di lavoro, finiscono con l’accettare il divario salariale pur non ritenendolo giusto. Gli stereotipi culturali e sociali, d’altra parte, hanno finito per normalizzare il gender pay gap con il risultato che un cambiamento, seppur possibile, potrà avvenire solo nel lungo periodo.
Sembra che per raggiungere la piena parità ci vorranno addirittura 131 anni (169 in campo economico!). È quanto è emerso dall’evento Affari & Finanza Live che si è tenuto a Milano lo scorso 4 marzo.
Più di un secolo insomma. Un tempo drammaticamente troppo lungo che potrebbe lasciare fuori (ancora una volta!) le donne dalla regia dei cambiamenti in atto e creare nuove disparità da sanare.
Ma perché le donne non chiedono l’aumento?
I motivi potrebbero essere tanti e non sempre immediatamente leggibili. Mancanza di fiducia in sé stesse, scarsa conoscenza dei trattamenti retributivi, paura di ripercussioni sul posto di lavoro. Queste sono solo alcune delle motivazioni che emergono dalla ricerca Indeed e che celano fratture sociologiche difficili da sanare perché frutto di retaggi culturali pesanti, di indottrinamenti ripetuti nel tempo e di stereotipizzazioni.
Segnali correttivi dall’Europa
Dall’Europa una direttiva sulla trasparenza retributiva per provare a ridurre il gap salariale. Adottata nell’aprile del 2023, la direttiva n. 790 dovrà essere recepita dagli Stati Membri entro la fine di giugno 2026.
Lo scopo è quello di “rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore attraverso la trasparenza retributiva”.
Con il recepimento della direttiva dovrebbe venire, dunque, meno il c.d. segreto salariale durante le fasi di reclutamento del personale e non potranno essere imposte ai lavoratori clausole contrattuali per tenere segreta la lore retribuzione ad altri colleghi o colleghe.
Sebbene tale direttiva abbia trovato davvero poco spazio nel dibattito politico nostrano, essa rappresenta un valido punto di partenza per iniziare a scardinare con azioni concrete lo status quo.
Francesca Pietrangeli
Consulente del Lavoro
La Rocca e Associati S.p.A.

