Il lavoro notturno rappresenta da sempre uno degli aspetti più delicati dell’organizzazione del lavoro. In molte attività produttive, nei servizi e soprattutto nella logistica, la necessità di garantire una continuità operativa nell’arco delle ventiquattro ore ha reso indispensabile la presenza di lavoratori anche durante le ore in cui l’organismo umano sarebbe naturalmente predisposto al riposo. Ospedali, trasporti, stabilimenti produttivi, strutture ricettive, servizi di sicurezza e attività logistiche sono soltanto alcuni degli ambiti nei quali il lavoro notturno continua ad avere un ruolo importante.
Proprio da questa realtà parte una recente riflessione pubblicata su Internazionale in un articolo di Alessandro Lubello dal titolo “Di notte è meglio se lavorano i robot”. L’articolo prende spunto da quanto sta accadendo in Cina, e in particolare a Shenzhen, dove sono state autorizzate le consegne notturne effettuate attraverso veicoli a guida autonoma. L’obiettivo dichiarato è quello di sfruttare le potenzialità della robotica e della cosiddetta “intelligenza artificiale fisica” per rendere più efficiente la logistica, ma il fenomeno apre una questione molto più ampia che riguarda direttamente il futuro del lavoro umano.
L’idea è apparentemente semplice. Se alcune attività particolarmente ripetitive, faticose e concentrate durante la notte potessero essere svolte da macchine autonome, il lavoratore potrebbe non essere più costretto a sacrificare il proprio riposo per garantire la continuità del servizio. Un robot non ha infatti bisogno di dormire, non risente dell’inversione del normale ritmo sonno-veglia e non richiede una maggiorazione per il lavoro svolto durante la notte. È proprio questo uno degli aspetti evidenziati nell’articolo, nel quale l’automazione viene presentata non soltanto come uno strumento per ridurre i costi delle imprese, ma anche come una possibile soluzione a una delle forme di organizzazione del lavoro maggiormente gravose per la persona.
Che cosa si intende per lavoro notturno
Per iniziare a comprendere la portata di questa trasformazione è utile partire dalla disciplina giuridica. Nell’attuale ordinamento italiano, ad esempio, il riferimento principale è il decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, che disciplina in maniera organica l’orario di lavoro e dedica specifiche disposizioni al lavoro notturno. La normativa definisce il periodo notturno come un periodo di almeno sette ore consecutive comprendenti l’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino. Non è quindi corretto identificare automaticamente il lavoro notturno con qualsiasi attività svolta dopo le ore 22 o durante la sera, dal momento che la concreta individuazione dell’orario deve essere verificata alla luce della disciplina legislativa e, dove previsto, della contrattazione collettiva.
La legge individua, inoltre, la figura del lavoratore notturno. In linea generale, viene considerato tale il lavoratore che durante il periodo notturno svolge almeno tre ore del proprio tempo di lavoro giornaliero normalmente impiegato. La disciplina riconosce, tuttavia, un ruolo significativo alla contrattazione collettiva, che può individuare ulteriori criteri per qualificare un lavoratore come notturno. In assenza di una disciplina collettiva, assume rilievo anche il limite delle ottanta giornate lavorative annue, riproporzionato in caso di lavoro a tempo parziale.
Questa distinzione è importante anche sul piano pratico, perché non ogni lavoratore che occasionalmente presta attività nelle ore notturne si trova necessariamente nella medesima situazione del lavoratore strutturalmente inserito in un’organizzazione basata sui turni notturni. La qualificazione assume, infatti, rilevanza rispetto agli obblighi di tutela previsti dalla normativa e alle specifiche regole stabilite dal contratto collettivo applicato.
Il problema non è soltanto l’orario, ma il ritmo biologico
Il motivo per cui il legislatore dedica una particolare attenzione al lavoro notturno è legato soprattutto alla sua incidenza sulla salute e sull’equilibrio psicofisico della persona. Il corpo umano è infatti regolato da un ritmo circadiano che prevede normalmente una fase di attività durante il giorno e una fase di riposo durante la notte. Il lavoro notturno impone di modificare questo equilibrio e, soprattutto quando viene svolto con continuità, può rendere più difficile recuperare il sonno e mantenere un regolare ritmo di vita.
È proprio questo uno dei punti centrali dell’articolo in esame. Secondo gli studi richiamati da Lubello, molti lavoratori notturni non riescono ad adattare completamente il proprio organismo al nuovo ritmo. Il neuroscienziato britannico Russell Foster viene citato per evidenziare come la grande maggioranza dei lavoratori notturni continui a essere sincronizzata con il normale ritmo diurno. Il risultato è una situazione nella quale il lavoratore deve cercare di dormire proprio nel momento in cui il suo organismo sarebbe naturalmente predisposto alla veglia. L’articolo richiama inoltre gli effetti che questa condizione può avere sulla salute, compresi quelli relativi alla pressione sanguigna e al sistema immunitario.
Per questo motivo il decreto legislativo n. 66 del 2003 prevede una specifica tutela sanitaria. I lavoratori notturni devono essere sottoposti a controlli preventivi e periodici adeguati al rischio al quale sono esposti. Il datore di lavoro deve inoltre garantire durante il lavoro notturno un livello di servizi, mezzi di prevenzione e protezione adeguato ed equivalente a quello previsto per il lavoro diurno.
Il lavoro notturno come questione di disuguaglianza
L’aspetto forse più interessante dell’articolo è però quello che collega il lavoro notturno alle disuguaglianze economiche e sociali. La possibilità di organizzare liberamente il proprio tempo non è infatti distribuita in maniera uniforme tra i lavoratori.
Lubello richiama una ricerca sulle condizioni di lavoro negli Stati Uniti dalla quale emerge come i lavoratori con redditi più bassi abbiano una minore autonomia nella gestione dell’orario. Al contrario, le posizioni professionali più qualificate e meglio retribuite godono generalmente di una maggiore possibilità di adattare gli orari alle proprie esigenze. Il tempo diventa quindi una forma di disuguaglianza che si aggiunge a quella economica.
La questione è particolarmente evidente quando si considera il lavoro notturno. Per alcune persone lavorare di notte rappresenta una condizione imposta dall’organizzazione aziendale e dalla necessità economica di mantenere un determinato posto di lavoro. Per altre può invece rappresentare una possibilità di ottenere una retribuzione maggiore grazie alle maggiorazioni previste dalla contrattazione collettiva.
Questo introduce un elemento di ambivalenza. Eliminare il lavoro notturno attraverso l’automazione potrebbe migliorare le condizioni di vita e di salute di molti lavoratori, ma potrebbe contemporaneamente privare proprio i lavoratori meno abbienti di una fonte di reddito aggiuntiva.
La robotica può ridurre il lavoro notturno, ma non risolve automaticamente il problema
L’esempio cinese permette di comprendere concretamente come potrebbe cambiare questo scenario. A Shenzhen i veicoli a guida autonoma vengono già utilizzati per le consegne notturne e l’esperienza ha attirato l’interesse di grandi operatori della logistica. L’articolo cita inoltre l’utilizzo di droni per le consegne notturne e prospetta uno sviluppo futuro nel quale camion a guida autonoma potrebbero notte le lunghe tratte autostradali, lasciando agli autisti umani le attività di consegna percorrere durante la durante il giorno.
Il fenomeno non riguarda però soltanto la Cina. Anche negli Stati Uniti grandi imprese stanno investendo nell’automazione dei magazzini con l’obiettivo di rendere possibile un’attività continuativa senza la necessità di una presenza umana costante. L’automazione potrebbe quindi incidere progressivamente su una delle caratteristiche storiche dell’organizzazione industriale, vale a dire la necessità di distribuire il lavoro umano lungo tutte le ore della giornata per garantire la continuità produttiva.
Da questo punto di vista, la domanda non dovrebbe essere soltanto se i robot sostituiranno i lavoratori. Una domanda ancora più interessante è capire quali attività sarebbe opportuno affidare alle macchine proprio perché particolarmente gravose per l’essere umano.
Se una tecnologia consente di evitare che una persona debba trascorrere sistematicamente la notte alla guida, movimentando merci o svolgendo attività ripetitive, l’automazione può essere interpretata anche come uno strumento di tutela del lavoro. Non necessariamente, quindi, tecnologia e tutela dei lavoratori devono essere considerate come interessi contrapposti.
La disciplina dell’orario rimane centrale
Anche in presenza di un progressivo sviluppo dell’automazione, la disciplina dell’orario di lavoro continuerà comunque a rappresentare uno degli strumenti fondamentali per garantire la tutela della persona. Il decreto legislativo n. 66 del 2003 stabilisce infatti non soltanto le regole relative al lavoro notturno, ma anche limiti generali alla durata della prestazione e specifici periodi di riposo.
La durata media dell’orario di lavoro non può superare, per ogni periodo di sette giorni, le 48 ore, comprese le ore di lavoro straordinario, mentre il lavoratore ha diritto normalmente a undici ore consecutive di riposo ogni ventiquattro ore. La disciplina prevede inoltre il diritto al riposo settimanale e specifiche regole sulle pause durante la giornata lavorativa.
Il lavoro notturno deve quindi essere inserito all’interno di un sistema più ampio di tutela dell’organizzazione del tempo di lavoro. Non è sufficiente considerare la singola ora lavorata durante la notte, ma occorre valutare il complesso dell’organizzazione dei turni, dei periodi di riposo e delle condizioni nelle quali la prestazione viene resa.
Particolare attenzione deve essere riservata anche alle categorie di lavoratori per le quali la legge prevede specifiche forme di protezione. La normativa stabilisce, tra l’altro, il divieto di adibire al lavoro notturno le lavoratrici dall’accertamento dello stato di gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino e individua ulteriori categorie che non possono essere obbligate a svolgere lavoro notturno in determinate condizioni familiari.
Conclusioni
Il lavoro notturno rappresenta un esempio particolarmente significativo di come l’evoluzione tecnologica possa modificare non soltanto le modalità attraverso le quali viene svolta una prestazione lavorativa, ma anche il rapporto tra lavoro, salute e tempo libero.
Per decenni la società ha normalizzato il lavoro notturno per garantire servizi e produzioni disponibili ventiquattro ore su ventiquattro. La disciplina italiana ha cercato di limitare i rischi derivanti da questa organizzazione attraverso specifiche regole sull’orario, sui riposi, sulla sorveglianza sanitaria e sulla tutela di determinate categorie di lavoratori.
Oggi la robotica e l’intelligenza artificiale possono introdurre una possibilità nuova. Alcune delle attività più difficili da conciliare con i ritmi biologici dell’essere umano potrebbero progressivamente essere affidate alle macchine, riducendo la necessità di lavoro notturno e permettendo a una parte dei lavoratori di recuperare una dimensione del tempo che per molto tempo è stata sacrificata alle esigenze produttive.
La vera sfida, tuttavia, sarà fare in modo che questo cambiamento non si traduca semplicemente nella sostituzione del lavoro umano con il lavoro automatizzato. Il progresso tecnologico può rappresentare un’occasione di miglioramento delle condizioni lavorative soltanto se i benefici derivanti dall’automazione vengono distribuiti in modo equilibrato e se i lavoratori coinvolti nella trasformazione hanno la possibilità di adattarsi alle nuove professionalità richieste.
Il caso del lavoro notturno mostra, quindi, una delle possibili direzioni del futuro del lavoro. La tecnologia potrebbe permettere agli esseri umani di lavorare “contro” il proprio orologio biologico, ma perché questo avvenga realmente sarà necessario continuare a considerare la tutela della persona come uno degli elementi centrali dell’organizzazione del lavoro. In questo senso, la domanda non è soltanto se saranno i robot a lavorare di notte, ma quale organizzazione del lavoro si vorrà costruire quando non sarà più la presenza o l’operatività delle persone a determinarne tempi e modalità.
Antonio Chiappinelli
La Rocca e Associati S.p.A.
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