La pazienza dell’intelligenza umana

C’è un paradosso, nel rapporto tra intelligenza artificiale e ambiente, che merita attenzione. Da una parte EcoGPT, un assistente basato sull’intelligenza artificiale che promette di piantare alberi attraverso le conversazioni degli utenti, adottando lo slogan «Regenerative AI». Dall’altra, la notizia dell’abbattimento di 400 mila alberi in Finlandia per fare spazio alla costruzione di nuovi data center, le infrastrutture fisiche che rendono possibile il funzionamento.

Come produciamo?

Le due notizie restituiscono, da prospettive diverse, un aspetto spesso trascurato della trasformazione digitale: ogni innovazione ha una propria dimensione materiale, fatta di risorse, infrastrutture ed energia. Ma suggeriscono anche una riflessione sul significato stesso del produrre; a maggior ragione quando si parla di produzione artistica.

In un tempo in cui un’immagine può essere generata in pochi secondi attraverso un prompt, vale la pena soffermarsi su forme di creazione che richiedono invece attesa, intervento e presenza. È il caso della stop motion, una tecnica nella quale il tempo non è un ostacolo da ridurre, ma una componente essenziale del processo creativo.

Qui l’intelligenza non si esaurisce nell’elaborazione di un comando: prende forma attraverso il lavoro delle mani, la conoscenza della materia e la pazienza necessaria a trasformare un’idea in un oggetto concreto, fisicamente esistente e capace di acquisire una propria qualità artistica.

Shaun, vita da pecora – Operazione Z.U.C.C.A.

La stop motion – letteralmente «movimento lento» – è una tecnica di animazione che consiste nel fotografare un oggetto, modificarne impercettibilmente la posizione e scattare una nuova immagine. Ripetuta migliaia di volte, questa operazione produce l’illusione del movimento. In Shaun, vita da pecora – Operazione Z.U.C.C.A., dello studio britannico Aardman, il risultato è un universo costruito fisicamente, fotogramma dopo fotogramma, nel quale ogni gesto è il frutto di una scelta umana.

Dietro pochi secondi di animazione si nascondono ore di lavoro: pupazzi modellati, abiti cuciti, scenografie assemblate, luci riposizionate e movimenti calibrati al millimetro. Basta un’impercettibile variazione per compromettere la continuità di una sequenza. È un lavoro che precisione e una cura quasi ossessiva per il dettaglio. Non si tratta soltanto di realizzare un’immagine, ma di darle consistenza, di accompagnarla nel suo diventare movimento.

Nell’intervista a Matthew Walker, co-regista del film, pubblicata da Rivista Studio, emerge proprio questa dimensione: «il fascino risiede nella dimensione tattile, nella consapevolezza che ciò che si vede nello schermo esiste fisicamente» (Rivista Studio). È una dichiarazione che restituisce alla materia un valore spesso dimenticato. Perché quelle immagini sono state pensate, progettate, costruite e animate. Esistono prima ancora di essere viste.

La stop motion non è, dunque, un nostalgico rifiuto della tecnologia: Aardman utilizza strumenti digitali per ampliare le possibilità della tecnica, senza rinunciare alla sua origine artigianale. È, piuttosto, una diversa idea di progresso, nella quale l’innovazione non coincide necessariamente con la velocità e l’automazione.

Torna allora alla mente Walter Benjamin e L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1935-1936). Se la riproduzione tecnologica mette in discussione l’aura dell’opera, la sua unicità e la sua presenza irripetibile, Shaun sembra ricordarci che il valore di un’immagine non risiede soltanto nella sua forma finale, ma anche nella storia materiale che l’ha prodotta.

Forse la pazienza dell’intelligenza umana consiste proprio in questo: non nel competere con la velocità delle macchine, ma nel non smettere di attribuire tempo, pensiero e mani alle cose che creiamo.

Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.


Fonti:

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