Le mobilitazioni per la scuola o contro il carovita che colpisce le famiglie, le tende degli studenti davanti agli atenei, i sit-in perla casa: dall’Italia alla Francia, passando per la Spagna o la Germania, le proteste che da settimane riempiono le piazze europee se osservate senza uno sguardo d’insieme possono apparire proteste di categoria; messe in ila, e guardando oltre gli atti di teppismo e i vandalismi, raccontano invece la stessa storia, quella di una promessa europea che sta franando proprio dove teneva insieme la nostra idea di futuro.
Eurostat registra che nel secondo trimestre del 2026 i prezzi delle abitazioni nell’Unione sono saliti del 4,7% e gli af itti del 3% in un anno, ma i numeri descrivono solo la super icie di un disagio più profondo. Sotto c’è una generazione che non chiede privilegi, chiede di potersi immaginare da qualche parte e di uscire dalle trappole in cui la vita l’ha messa.
Per l’Europa il welfare non è mai stato un costo da sopportare ma il pilastro su cui abbiamo costruito la nostra diversità e, insieme, la nostra competitività: il made in Europe nasce da un modo diverso di proteggere, di includere e di generare ben-essere, fatto di scuole e ospedali aperti a tutti, di case accessibili, di comunità capaci di reggere. Dimenticarlo signfica scambiare la causa con l’effetto. In un’epoca segnata dalla guerra la tentazione è cercare sicurezza soltanto nella forza, ma sappiamo che non basta: un continente si protegge anche, e forse soprattutto, con servizi che funzionano e legami che tengono. La protezione vera nasce dai servizi e dalle comunità.
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