Una ventina di anni fa Victor Pestoff, tra i più acuti studiosi del welfare europeo, provò a immaginare il welfare del 2030 e vide due strade possibili. La prima era una privatizzazione rampante, con uno Stato minimo, servizi consegnati al mercato e un sociale relegato a riparare i danni. La seconda era una democratizzazione del welfare, che non si limitava a consolidare l’intervento pubblico ma valorizzava il terzo pilastro, quella moltitudine di esperienze civiche, cooperative e associative capaci di costruire politiche condivise con la pubblica amministrazione.
Il 2030 è ormai dietro l’angolo e ci troviamo esattamente a quel bivio. Imboccare la seconda strada non significa sostituire lo Stato né ridurre la spesa, ma condividere valore, allargando la torta delle soluzioni e delle risorse invece di contendersene le fette. E il senso dell’amministrazione condivisa, della coproduzione, di un welfare generativo in cui chi usa i servizi contribuisce anche a progettarli, lontano dalla logica degli appalti al ribasso. Per farlo occorre ripartire dalla sussidiarietà, principio che fondale nostre costituzioni e la stessa costruzione europea, e che oggi non può più declinarsi soltanto in verticale, dal centro alla periferia e tra livelli istituzionali, né soltanto in orizzontale, tra pubblico, società civile organizzata e corpi intermedi. La sussidiarietà deve diventare circolare, un ciclo in cui Stato, comunità e impresa si riconoscono corresponsabili dello stesso bene. Anche l’impresa è chiamata a entrare in una prospettiva di valore condiviso, perché non è più pensabile una produzione separata dall’equità e dalla redistribuzione: lo mostrano gli effetti devastanti sul mercato immobiliare, dove la casa smette di essere un bene per abitare e diventa una rendita da estrarre. La domanda di welfare non è soltanto una domanda di risorse, è una domanda di cura: chi oggi scende in piazza non chiede un sussidio in più , chiede di non restare solo davanti al proprio futuro. E la cura, a differenza del denaro, non si trasferisce ma si costruisce dentro le relazioni; per questo la cura richiede la comunità. Forse è questa la lezione delle piazze. Lo studente che dorme in tenda non denuncia soltanto un af itto, cerca un noi, e ci ricorda che casa, scuola e salute non sono merci ma luoghi in cui si diventa persone insieme ad altri. L’Europa ha già scelto una volta di proteggere includendo, e da quella scelta è nata la sua prosperità. Oggi deve rifarlo con strumenti nuovi, non armando le paure ma disarmando le solitudini.
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