Uomini invisibili: la ricerca Inapp (2)

I 5 PROFILI DI INATTIVITA.

Gli inattivi caregiver, uomini che hanno lasciato il lavoro per assistere un familiare. Gli invisibili più invisibili, eppure sono il 10,7%, hanno lasciato la carriera, un posto fisso spesso qualificato, lo stipendio perchè non avevano alternativa. «Antesignani loro malgrado di una rivoluzione di genere» sottolinea Zanfrini, quasi la metà vive con i genitori. Sei su 10 percepiscono un assegno di accompagnamento.

Credono, sperano che la loro forzata fuoriuscita sia temporanea. Ci sono poi gli inabili al lavoro (il 12,3%). La maggior parte (62,7%) ha una bassa scolarizzazione e alle spalle lavori prevalentemente da operai, «percorsi di vita un po’ tortuosi con esperienze
difficili come incidenti o dipendenze che li ha portati ad avere una capacità lavorativa compromessa».

In oltre 7 casi su 10 hanno una condizione economica precaria se non (in oltre 4 casi 10) preoccupante o drammatica. Sono gli uomini della vulnerabilità umana e spiega la ricercatrice «sono l’unico gruppo che si autocolpevolizza e che vorrebbe lavorare ma non riesce». Tutt’altra storia quella degli inattivi per scelta (12,3%), archetipi di una società che ha scoperto il valore del non-lavoro. Ricchi, o comunque benestanti (il 64,7% percepisce rendite da capitali e patrimoni), il 60% ha una laurea, avrebbero tutte le risorse per lavorare,
buonissima salute, benessere relazionale, vita sociale ricca, hanno fatto un lavoro con notevole soddisfazione, o non hanno lavorato mai. C’è chi ha mollato «pensando che l’occupazione fosse diventata troppo invasiva nella vita privata, con costi alti sul benessere psicologico o relazionale e in questo caso l’uscita dal mercato del lavoro assume quai un significato sovversivo», fa notare Zanfrini.

«E’ una presa di distanza non dal lavoro ma dal modo in cui il lavoro è organizzato che non garantisce un equilibrio armonico con le altre dimensioni dell’esistenza». Non la pensano così gli stabilmente inattivi, molto più numerosi, un terzo del campione (30,8%) spesso coinvolti nell’economia sommersa (55,9%) con quasi uno su 5 che ammette di trarre proventi da attività non del tutto legali. L’essere senza lavoro è
diventata una situazione «normale» tanto che 9 su 10 non lo cercano neanche più nonostante la situazione economica sia «inadeguata» o «preoccupante». Così come gli inattivi sfiduciati (il 33,9%), il più numeroso «e per certi versi il più drammatico». Uomini passati attraverso
contratti precari, licenziamenti, salari bassi e lavori poveri. «E smontano un luogo comune.

Siamo abituati a pensare che chi ha bisogno di lavorare si adatta a tutto. Ma è anche vero il contario. Queste persone si ritrovano inattive perchè forse si sono adattate troppo, vittime e involontari artefici della diffusione del fenomeno del bad jobs», ma sempre con il miraggio di un lavoro «vero».

PERIFERIE SOCIALI A parte gli «inattivi per scelta», tutti gli altri vivono grazie alla famiglia, alla pensione dei genitori, ai redditi di altri familiari che spesso sono le mogli, ma con grandi difϐicoltà economiche trasversali. «Ma dalle risposte non chiedono sussidi, c’è richiestandi lavoro, di buon lavoro con la volontà di rimettersi in gioco» spiega Zanfrini.

Insomma gli uomini che escono dal mercato lavorativo non sono un’emergenza, ma sono sicuramente un segnale che apre altre questioni. Quella della sostenibilità, ad esempio: in un paese sempre più vecchio «il rischio è di avere più persone mantenute rispetto a quelle che lavorano». O quelle sociali, più trasversali di quanto si pensi. Dal lavoro precario, alla difϐicoltà a conciliare vita e lavoro, il peso della cura familiare. E guardare il fenomeno dell’inattività maschile «significa, come ha esortato Papa Francesco, guardare il mondo dalle periferie sociali. Così probabilmente capiremo più cose”.

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