Oggi i contratti collettivi sono effettivamente portatori del salario equo e sufficiente a garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa?
È una domanda che pesa più di quanto sembri, perché mette in discussione non soltanto il livello delle retribuzioni, ma il ruolo stesso che la contrattazione collettiva continua ad avere nell’ordinamento sociale italiano.
Per decenni il contratto collettivo ha rappresentato molto più di uno strumento tecnico di normazione del lavoro, essendo lo strumento con cui si regolano produttività, protezione sociale, riconoscimento professionale e perfino status sociale. La retribuzione definita dai contratti nazionali veniva considerata, quasi automaticamente, conforme all’articolo 36 della Costituzione: sufficiente, proporzionata, dignitosa. Oggi questa equivalenza non può più essere data per scontata.
La questione salariale italiana si sta consumando dentro un paradosso: mentre la politica si trincera dietro definizioni “giuste”, cresce il numero dei lavoratori che, pur coperti da un contratto nazionale, non riescono a raggiungere condizioni economiche realmente dignitose. E il problema non sono solo i contratti pirata, che non sono stati arginati quando si doveva, ma il fatto che la fragilità salariale attraversa ormai anche settori coperti da contratti pienamente rappresentativi.
È dentro questo spazio che prende forma quello che ho definito disagio retributivo. Un disagio che non coincide soltanto con il lavoro povero o con le basse retribuzioni, ma con una più ampia percezione di inadeguatezza del salario rispetto alla vita reale. Perché sempre più lavoratori, pur avendo un impiego stabile e formalmente tutelato, sperimentano una crescente difficoltà nel sostenere il costo dell’abitare, della cura, della mobilità, della progettualità familiare.
Allora provo a cambiare la domanda con cui ho aperto questo editoriale: può dirsi “equo” un salario che formalmente rispetta un contratto collettivo ma che, nella vita concreta, non consente autonomia abitativa, progettualità familiare, sicurezza economica?
La risposta è impietosa e appare davanti agli occhi di tutti. Difendere la centralità della contrattazione ha senso solo se si ha il coraggio di interrogarsi sulla sua efficacia reale, altrimenti si corre il rischio di trasformare il contratto collettivo in una struttura rituale, rispettata formalmente ma incapace di incidere sulla vita materiale delle persone.
Daniele La Rocca
Direttore responsabile di 7grammilavoro.com
Presidente della società La Rocca e Associati S.p.A.

