Il modello di smart working prevalente in Italia è quello ‘ibrido’ che alterna presenza in sede e lavoro da remoto; il ‘full remote’ è presente solo in poche realtà, soprattutto di piccole dimensioni e del settore dei servizi.
L’applicazione delle policy sullo smart working può avvenire in diversi modi: il 36% dei lavoratori che hanno possibilità di lavorare da remoto dichiarano di scegliere in completa autonomia i giorni di presenza in funzione dei loro bisogni (approccio individualista), il 32% dichiara di farlo sulla base di indicazioni fornite dall’organizzazione (approccio centralizzato), mente per il restante 32% la scelta avviene a livello di team bilanciando le esigenze individuali con quelle organizzative (approccio collaborativo).
L’approccio collaborativo, rileva la ricerca, ha un effetto positivo sul senso di appartenenza dei lavoratori all’organizzazione. In generale dichiarano un elevato senso di appartenenza il 37% degli smart worker, a fronte del l 31% degli altri lavoratori. Tale percentuale sale però al 40% quando l’approccio alla pianificazione è collaborativo, a fronte del 36% per l’approccio centralizzato e del
35% per quello individualista.
La difficoltà a disconnettersi si conferma essere una particolare criticità per chi fa smart working. Tra i ‘white collar’, il 35% di chi lavora da remoto soffre di overworking rispetto al 30% di coloro che lavorano sempre in sede. Consapevole del problema, il 49% delle grandi organizzazioni private che hanno progetti di smart working sta adottando misure, nella maggior parte dei casi (43%) con fasce orarie per cui i dipendenti non sono contattabili. Meno diffuse iniziative più drastiche, come la sospensione delle attività dei server all’interno di una fascia oraria (2%) o il divieto di inviare comunicazioni in particolari orari o giorni (8%).
Nel settore pubblico, il 78% delle amministrazioni che ha iniziative di lavoro agile adotta misure per tutelare il diritto alla disconnessione.
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