Ogni Pride lascia in eredità immagini destinate a consumarsi nel ciclo veloce della cronaca: la provocazione di Mario Adinolfi al Roma Pride, le polemiche sui carri, gli scontri politici. Eppure, se si vuole iniziare a comprendere una comunità, occorre discostare lo sguardo dalle notizie flash. A partire dal suo immaginario culturale: San Sebastiano.
Oltre la narrazione cronacistica
Il martire romano, raffigurato legato a un albero e trafitto dalle frecce, è diventato nel tempo una delle icone più riconoscibili dell’immaginario LGBTQ+. Emblematico è il San Sebastiano dipinto da Guido Reni, dove il corpo del santo, idealizzato e vulnerabile insieme, assume una dimensione di intensa bellezza che ha attraversato i secoli. La BBC ricostruisce come questa rilettura sia passata attraverso artisti e intellettuali quali Oscar Wilde, Yukio Mishima e Derek Jarman, che nel santo hanno visto il paradigma di un’identità ferita ma mai annientata, capace di trasformare la sofferenza in testimonianza.
L’antropologo culturale Clifford Geertz sosteneva che l’essere umano fosse un animale sospeso in reti di significato che egli stesso aveva tessuto. I simboli sopravvivono proprio perché ogni epoca continua a interrogarli, attribuendo loro significati nuovi senza cancellarne quelli originari. Nel caso di San Sebastiano, il punto di partenza resta la sua vicenda storica: un soldato romano condannato perché cristiano, perseguitato per la propria identità religiosa e per la scelta di non rinnegarla. È questa dimensione della testimonianza, prima ancora dell’estetica del corpo trafitto, che ha permesso nei secoli alla sua figura di essere riconosciuta da chiunque abbia sperimentato l’emarginazione per ciò che è.
È in questa continuità simbolica che si inserisce anche il presente. Se nessuna esperienza storica è sovrapponibile a un’altra, esiste tuttavia un filo comune che attraversa epoche diverse: la rinuncia, imposta o scelta, a occupare uno spazio pubblico per timore delle conseguenze legate alla propria identità. È il motivo per cui la figura di San Sebastiano continua a essere evocata da una parte della comunità LGBTQ+, non come semplice icona artistica, ma come simbolo di una vulnerabilità che non rinuncia alla propria dignità.
Mondiali 2026
La riflessione appena riportata trova eco nell’attualità. La FIFA presenta i Mondiali del 2026 come l’edizione più inclusiva della storia. Eppure, numerosi tifosi LGBTQIA+, tra cui gli appartenenti a Three Lions Pride – il gruppo ufficiale dei sostenitori queer della nazionale inglese – hanno scelto di non partecipare. Non per disinteresse verso il calcio, ma perché ritengono che il contesto legislativo e politico, in particolare negli Stati Uniti, non offra sufficienti garanzie a chi appartiene alla comunità LGBTQIA+. Amnesty International osserva come il timore di discriminazioni e la percezione di un clima ostile abbiano portato molti sostenitori a rinunciare a un evento che avrebbe dovuto rappresentare una festa globale dello sport (Amnesty International).
Forse è proprio qui che i simboli rivelano la loro forza. Non perché offrano risposte definitive, ma perché continuano a generare domande. San Sebastiano attraversa i secoli come immagine di un’identità che rifiuta di rinnegare se stessa, anche quando questo comporta esclusione o sofferenza. Per questo continua a parlare al presente: ci invita a chiederci se la libertà possa dirsi davvero compiuta quando qualcuno è costretto a scegliere tra la propria identità e la possibilità di vivere pienamente gli spazi pubblici, persino quelli che dovrebbero appartenere a tutti, come lo sport.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

