La Nota di lavoro n. 1/2026 dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), pubblicata pochi giorni fa, mette nero su bianco un dato che dovrebbe dominare il dibattito di politica economica: tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni lorde dei lavoratori dipendenti del settore privato sono diminuite, in termini reali, del 6,6%.
Trentasei anni di dinamica retributiva depressa, accompagnata da una dispersione salariale crescente, concentrata nella fascia bassa dei redditi e alimentata da part-time involontario e frammentazione contrattuale.
Ci siamo raccontati che il problema fosse l’inflazione. Non è cosı̀.
L’inflazione è stata uno shock globale; la vera anomalia italiana è che, mentre gli altri Paesi hanno recuperato il potere d’acquisto perduto, noi siamo rimasti fermi.
L’Employment Outlook dell’OCSE, presentato il 7 luglio, colloca le retribuzioni reali italiane ancora al 6,1% sotto i livelli del primo trimestre 2021- il divario più ampio tra le grandi economie avanzate – e stima per il 2026 una nuova flessione dello 0,9%, con un recupero appena dello 0,2% nel 2027.
La politica dei redditi nasce con il Protocollo del luglio 1993, che archiviò la scala mobile per ancorare i salari alla produttività tramite la contrattazione collettiva: una scelta giusta, che stabilizzò il Paese e aprı̀ la strada all’euro.
Ma ogni modello regge finché reggono le sue premesse, e da oltre vent’anni la produttività italiana cresce troppo poco.
Nel Mezzogiorno la catena si spezza ancora prima: il tessuto produttivo è fatto di Pmi poco managerializzate – solo il 28% delle imprese familiari italiane si affida a manager esterni, contro il 60% di Francia, Germania e Spagna- e 1142 % delle aziende pugliesi fatica a reperire profili tecnici, segnala la Camera di Commercio di Bari.
La stessa Nota dell’Upb chiarisce perché la leva fiscale non basti più: l’Irpef ha più che raddoppiato la propria capacità redistributiva dal 1990 (l’indice passa da 0,028 a 0,065, per 1’80% grazie alle riforme), ma il sistema è ormai vicino alla saturazione – attenua le disuguaglianze ex post senza toccare le cause strutturali della stagnazione retributiva.
Per le stesse ragioni sarebbe un errore riproporre la scala mobile: l’indicizzazione automatica appartiene a un contesto che non esiste più e riaprirebbe la spirale prezzi-salari senza incidere sulla competitività.
Sindacati e imprese discutono di un nuovo Patto per salari, produttività e partecipazione, mentre il Governo conferma la detassazione dei premi di risultato.
Segnali utili, ma (secondo noi) insufficienti.
Francesco Cautillo e Valerio Poti – Salari reali: basta illusioni se il paese vuole crescere occorrono scelte coraggiose– Gazzetta del Mezzogiorno.

