“Perché in Italia uscire tardi dall’ufficio è ancora un vanto?” 

Nei Paesi nordici conta l’efficienza, non farsi vedere in ufficio dai capi.

In Italia invece prevale un fattore cultura. “Seguendo il filone della cultura della performatività esasperata al massimo, non si può non parlare del “vanto” che è restare in ufficio fino a tardi. Altro che timbrare il cartellino e uscire in orario: rimanere oltre l’orario di lavoro è interpretato come un segnale di dedizione, serietà e senso del dovere (quando dovrebbe essere il contrario).

Al contrario, in Paesi come Svezia, Olanda o Danimarca, accade l’esatto opposto: chi lavora oltre l’orario previsto viene guardato, guardata, con sospetto. Come se non fosse stato in grado di organizzare il proprio tempo in modo efficace.

Questa differenza non dipende dai contratti di lavoro né da scelte manageriali. È semmai la restituzione di una cultura che influenza il modo di concepire il lavoro, l’autorità e il valore del tempo.

Il modello di Hofstede e la cultura del lavoro

Per comprendere queste differenze è utile fare riferimento al modello culturale di Geert Hofstede, sociologo olandese che ha analizzato come i valori nazionali influenzino il comportamento nelle organizzazioni e nei microcosmi. Una delle dimensioni chiave del suo modello è la distanza dal potere, ovvero il grado con cui una società accetta e normalizza le gerarchie. In Italia la distanza dal potere è relativamente alta, nei Paesi nordici la distanza dal potere è bassa. Ma vediamo in che senso,

In Italia, la figura del capo, della capa è ancora spesso percepita come figura autoritaria. Il rapporto tra manager e dipendente è verticale e il controllo, anche implicito, gioca un ruolo centrale. In questo contesto la presenza fisica diventa una forma di lealtà: restare fino a tardi non serve solo a lavorare, ma a farsi vedere.

Nei Paesi nordici invece il rapporto è più orizzontale. Chi comanda ha il ruolo del facilitatore, della facilitatrice, non quello di controllare. Ciò che conta non è quante ore si passano in ufficio, ma se gli obiettivi vengono raggiunti. Sì: sono due visioni opposte. 

Questa differenza culturale produce due modelli di lavoro radicalmente diversi: In Italia il tempo sottratto alla vita, alla famiglia e a sé, è sinonimo di impegno. Le riunioni si allungano perché l’unico evento in grado di stopparle è paradossalmente l’inizio di un’altra riunione. L’uscita secondo l’orario previsto genera senso di colpa e soprattutto la produttività viene confusa con la disponibilità continua.

Nei Paesi del nord Europa il tempo è una risorsa da ottimizzare: le riunioni sono brevi e strutturate, andare via tardi è segnale di inefficienza e la work-life balance è parte integrante della performance. Non è un caso se molti studi internazionali mostrano che Paesi con orari di lavoro più brevi hanno livelli di produttività più alti e tassi inferiori di burnout.

Uno degli effetti più subdoli della cultura lavorativa italiana è il senso di colpa interiorizzato. Anche quando non esiste una richiesta esplicita, molte persone restano oltre l’orario per paura del giudizio, per conformismo e per farsi vedere presenti. Ma non solo rimanere in ufficio fino a tardi dovrebbe essere sinonimo di poca bravura: se non si riesce a portare a termine un compito in orario significa essere scarsi, scarse. Ma anche perché questo meccanismo ha conseguenze sull’aumento dello stress, sulla riduzione della motivazione, sulla difficoltà a conciliare vita privata e lavoro”. 

Perché in Italia uscire tardi dall’ufficio è ancora un vanto (e nei Paesi nordici un problema)

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