Negli ultimi anni il lessico professionale italiano si è progressivamente popolato di termini inglesi, spesso utilizzati anche quando esistono perfetti equivalenti nella nostra lingua. Per chi frequenta il mondo delle aziende, infatti, espressioni come “facciamo un brainstorming”, “organizziamo un meeting”, “serve un mindset orientato alla crescita” o “dobbiamo lavorare sulla value proposition” sono ormai entrate nella quotidianità.
Quella che potrebbe sembrare una semplice moda linguistica, però, racconta un fenomeno ben più ampio. Gli anglicismi, difatti, sono diventati il simbolo di un modo di comunicare che associa automaticamente l’inglese a concetti come innovazione, autorevolezza e modernità. Non è un caso che molte iniziative pubbliche e private vengano presentate attraverso espressioni quali spending review, Jobs Act, Recovery Plan, smart working o reshoring, mentre parole italiane come “riunione”, “obiettivo” o “sede” vengono sempre più spesso sostituite da “meeting”, “mission” e “location”.
Una questione culturale
Sebbene l’italiano, nel corso della sua storia, abbia accolto vocaboli provenienti dal francese, dallo spagnolo, dall’arabo e dal tedesco, è altrettanto evidente che il ruolo centrale esercitato dagli Stati Uniti nei settori dell’economia, della tecnologia, dell’informatica, dell’intrattenimento e della comunicazione globale abbia favorito una crescente presenza della lingua inglese anche nel linguaggio professionale italiano. Più che una questione grammaticale, dunque, il fenomeno appare anche culturale: spesso il ricorso all’inglese comunica un’idea di prestigio, innovazione e appartenenza a un determinato contesto professionale.
La lingua di LinkedIn
È proprio nel mondo del lavoro, e in particolare su LinkedIn, che questa evoluzione linguistica trova oggi una delle sue espressioni più evidenti. Il social network professionale ha infatti contribuito alla diffusione di uno stile comunicativo facilmente riconoscibile, caratterizzato da frasi brevi, toni motivazionali, enfasi sulla crescita personale, abbondanza di parole chiave, hashtag ed emoji. Un linguaggio tanto diffuso quanto, spesso, oggetto di ironia da parte degli stessi utenti.
Negli ultimi mesi questa tendenza è stata raccontata anche attraverso alcuni esperimenti satirici diventati rapidamente virali. Tra questi c’è LinkedIn Speak, uno strumento sviluppato dalla società statunitense Kagi che trasforma un testo qualsiasi in un perfetto post “in stile LinkedIn”, ricco di slogan motivazionali, parole d’ordine e formule tipiche della piattaforma.
L’intuizione del filoso Andrea Colamedici
Sulla stessa scia si inserisce anche LinkedIA, progetto ideato dal filosofo Andrea Colamedici, che analizza e genera contenuti dedicati all’intelligenza artificiale con un intento dichiaratamente satirico, mettendo in evidenza quanto molti messaggi siano costruiti attraverso schemi retorici ripetitivi. L’idea è semplice: eliminata la patina comunicativa, numerosi post rivelano una sorprendente scarsità di contenuti effettivamente rilevanti.
Se fino a questo punto si potrebbe pensare che si tratti soltanto di una curiosità linguistica o di una moda dei social network, una recente ricerca scientifica suggerisce che la questione potrebbe avere implicazioni più profonde.
Cos’è la corporate bullshit?
A dare ulteriore profondità al fenomeno contribuisce anche una recente ricerca della Cornell University, pubblicata sulla rivista Personality and Individual Differences, che ha analizzato quello che gli autori definiscono “corporate bullshit”. Con questa espressione i ricercatori indicano un linguaggio aziendale caratterizzato da parole d’ordine, gergo manageriale e formule apparentemente sofisticate, ma spesso prive di un contenuto concreto. Si tratta di una comunicazione costruita per apparire autorevole, innovativa e convincente, più che realmente informativa.
Per misurare quanto le persone fossero realmente influenzate da questo tipo di comunicazione, i ricercatori hanno persino sviluppato un generatore automatico di frasi aziendali, capace di produrre slogan dal forte impatto lessicale ma sostanzialmente privi di significato. Tali frasi sono state mescolate a dichiarazioni autentiche pronunciate da dirigenti di grandi aziende e sottoposte a circa mille lavoratori, ai quali è stato chiesto di valutarne la qualità manageriale.
I risultati hanno evidenziato un dato particolarmente interessante: i partecipanti maggiormente impressionati dal linguaggio manageriale più enfatico tendevano, mediamente, ad ottenere punteggi inferiori nelle prove di pensiero analitico, riflessione e capacità di individuare le soluzioni più efficaci a problemi aziendali concreti. In altre parole, la maggiore ricettività verso il cosiddetto “corporate bullshit” risultava associata a decisioni meno efficaci nei contesti lavorativi analizzati.
Lo studio precisa che questo non significa che chi utilizza frequentemente termini aziendali o anglicismi sia necessariamente meno competente, anzi, gli stessi ricercatori sottolineano come tutti possano, in determinate circostanze, lasciarsi influenzare da messaggi formulati in modo particolarmente persuasivo. Inoltre, le persone più sensibili a questo linguaggio tendevano anche a percepire i propri superiori come più carismatici e visionari e a dichiarare livelli più elevati di soddisfazione lavorativa.
Il messaggio della ricerca, quindi, non è una condanna del linguaggio aziendale, bensì un invito a mantenere uno spirito critico. In un contesto professionale sempre più orientato alla comunicazione, il rischio è che la forma finisca per prevalere sulla sostanza, trasformando parole nate per facilitare il confronto in formule ripetute automaticamente, senza aggiungere reale valore ai contenuti.
Al di là delle conclusioni della ricerca, resta una riflessione più ampia. Il linguaggio evolve, si adatta ai cambiamenti economici e sociali e continua ad assorbire influenze provenienti da altri contesti culturali. Tuttavia, proprio perché le parole contribuiscono a costruire il modo in cui interpretiamo il lavoro e le organizzazioni, vale forse la pena chiedersi se ogni “brainstorming”, ogni “mindset” o ogni “challenge” rendano davvero più chiaro ciò che vogliamo comunicare oppure se, talvolta, una semplice “riunione”, un “obiettivo” o una “sfida” riescano ancora a dire esattamente la stessa cosa, con maggiore immediatezza.
Fonti:
- L’indipendente, Forse è too much? Come è successo che l’italiano si è riempito di anglicismi, a cura di Guendalina Middei;
- Newslavoro, Ora esiste un traduttore per la “lingua di Linkedin”, a cura della redazione;
- The Guardian, Workers who fall for ‘corporate bullshit’ may be worse at their jobs, study finds
Antonio Chiappinelli
La Rocca e Associati S.p.A.

