A Venezia, quest’anno, il red carpet ha avuto anche un momento di linguistica applicata. Sotto il video di Elisabetta Franchi, apparsa alla Mostra del Cinema con un lungo abito nero, Stefano Gabbana ha lasciato due parole: «Miss poliestere», accompagnate da alcune emoji. La stilista ha replicato invitandolo, in sostanza, ad «appoggiare il telefono» (Il Fatto Quotidiano). Ma la battuta di Gabbana, al di là della polemica personale, intercetta qualcosa di curioso: «poliestere» era già diventato, nel linguaggio della Gen Z, un insulto.
L’insulto
Il fenomeno è esploso su TikTok nel 2026. All’inizio «polyester» indicava soprattutto un certo tipo di edit: montaggi video volutamente sovraccarichi, con immagini lampeggianti, effetti frenetici e un’estetica percepita come rumorosa o poco raffinata. Il «polyester edit» è diventato poi una categoria più ampia: qualcosa di appariscente, costruito, artificiale. Da lì il termine ha cominciato a descrivere persone, contenuti e persino interi stili di vita. «Polyester lifestyle» è l’espressione usata per prendere in giro una vita confezionata per apparire aspirazionale: la sveglia alle sei, il deep work, il wellness, il loft a Manhattan, la bevanda biologica in mano e l’esistenza trasformata in un contenuto da vendere (Rivista Studio). “Polyester”, insomma, significa essere vistosi senza essere autentici; sembrare preziosi senza esserlo davvero.
La risposta è nella storia e nell’ambiente
Ma perché proprio questa fibra? La risposta è anche nella sua storia. Il poliestere moderno nasce negli anni Quaranta: i chimici britannici John Rex Whinfield e James Tennant Dickson svilupparono nel 1941 una fibra a base di PET, dopo le precedenti ricerche di Wallace Carothers. L’obiettivo era creare una nuova fibra artificiale resistente e versatile (Smelik, Anneke. “Polyester. A Cultural History.” Fashion Practice, 2023). Il materiale avrebbe poi conquistato il dopoguerra, gli abiti degli anni Sessanta e Settanta, la moda disco, fino a diventare uno dei pilastri dell’industria tessile contemporanea.
La sua cattiva reputazione, dunque, non è nata dal nulla. Il poliestere è una fibra sintetica derivata da materie prime fossili e, nella produzione tessile, è strettamente legato alla moda a basso costo e all’iperproduzione. Durante il lavaggio e l’usura, i tessuti sintetici possono rilasciare microfibre che finiscono negli ecosistemi; la letteratura scientifica ha documentato la loro presenza su scala globale e ne studia i possibili effetti ecologici e sanitari. Sul fronte della salute, il quadro è più complesso: non significa che «indossare poliestere faccia male» in senso semplice, ma alcune sostanze utilizzate nei materiali plastici e nei trattamenti tessili possono avere proprietà potenzialmente problematiche (Il Post). È dunque la somma di plastica, produzione di massa, fast fashion e artificialità ad aver trasformato una fibra in una metafora.
Il linguaggio in continuo movimento
Ed è forse questo il passaggio più interessante. Le parole, nella storia, non rimangono immobili. «Cool», per esempio, nasce per indicare qualcosa di fisicamente fresco o freddo, ma nel Novecento si è trasformato in un giudizio positivo su una persona, uno stile, un comportamento.
Oggi accade lo stesso con «poliestere». Una parola che ha abbandonato il laboratorio, attraversato la fabbrica, la passerella e TikTok, fino a diventare un modo per dire.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

