Giovani e stanchi. Sono i millenials. Essere sfiniti, per i millennials, ha un significato diverso rispetto al passato: non semplicemente stanchi, non esausti, ma svuotati, consumati.
Trentaquattro, trentasei anni sono troppo pochi per parlare di crisi di mezza età, eppure la sensazione di essere arrivati a un punto morto, professionalmente e simbolicamente, senza aver davvero raggiunto ciò che era stato promesso, è lì, ben presente.
Arriva al culmine a quaranta, quarantatré anni, età che vede gli older millennials fare già i conti con una carriera ormai rodata ma un conto in banca che spesso basta appena a tirare avanti.
La nuova crisi di mezza età non riguarda il corpo che invecchia, ma il lavoro che logora: la generazione cresciuta con la promessa del merito arriva ai quarant’anni sfinita, tra burnout, precarietà e la sensazione di aver fatto tutto nel modo giusto senza aver ottenuto la stabilità promessa.
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Il concetto di crisi di mezza età è stato sempre raccontato come qualcosa anagrafico, riferito a uomini e donne che intorno ai cinquant’anni prendono coscienza del tempo che passa, tirano somme, fanno bilanci, imparano a vivere in un corpo che cambia. Non tutti vanno in crisi, ma chi lo fa sperimenta sensazioni di incertezza, di insoddisfazione e di smarrimento, spesso alimentate dal confronto tra le aspettative coltivate negli anni e la vita che si ritrova a vivere. È il momento in cui ci si chiede se le scelte fatte siano state quelle giuste, se gli obiettivi raggiunti bastino a dare un senso al percorso compiuto, e quanto tempo resti ancora per cambiare direzione. Culturalmente, era una crisi che aveva a che fare con il corpo, con il tempo che passa, con il bilancio della vita.
Oggi qualcosa è cambiato: mentre ogni tappa dell’esistenza si è spostata in avanti (sposarsi, avere figli, comprare casa) la crisi di mezza età sembra essersi anticipata. E, soprattutto, non è più soltanto una questione di età: è una questione di lavoro.
Una generazione cresciuta con una promessa infranta.
Succede in particolare ai millennials, la generazione nata grosso modo tra il 1981 e il 1996. Quelli cresciuti dentro una promessa ben impressa nell’immaginario culturale degli anni Novanta e Duemila: studia, impegnati, fai sacrifici, credici, e il mondo ti restituirà stabilità, riconoscimento, autonomia. Era il grande deal del capitalismo. Un accordo i cui termini non sono mai stati rispettati.
I millennials sono probabilmente la generazione che ha interiorizzato più profondamente l’idea del merito. Sono stati educati a investire su loro stessi, impegnandosi per ottenere lauree, master, corsi, lingue, stage, esperienze all’estero, networking. Hanno costruito identità intere attorno al concetto di formazione, di miglioramento continuo, e poi sono entrati nel mercato del lavoro nel momento peggiore possibile.
Prima la crisi finanziaria del 2008, che ha congelato assunzioni, salari e prospettive. Poi un decennio di precariato normalizzato, in cui la parola ‘gavetta’ è diventata una giustificazione per tutto, dagli stipendi bassi ai contratti fragili, passando per straordinari invisibili e crescita cristallizzata. Poi la pandemia, che ha riscritto il rapporto tra vita e lavoro. Poi l’inflazione, la crisi abitativa, il costo della vita che sale più velocemente di qualsiasi busta paga.
Tanti shock sistemici in poco più di quindici anni, abbastanza per produrre una forma nuova di esaurimento esistenziale. E infatti la nuova crisi di mezza età non si manifesta con la nostalgia della giovinezza, ma con domande molto più concrete e molto più feroci. Vale la pena lavorare così? Sto costruendo qualcosa o sto solo sopravvivendo? Quanto tempo posso ancora reggere questo ritmo?
Non un crollo, ma una presa di coscienza.
Secondo diverse ricerche internazionali, i millennials riportano livelli di burnout altissimi, spesso superiori a quelli di altre fasce generazionali. Non sorprende: sono abbastanza adulti da portarsi addosso responsabilità economiche e familiari, ma abbastanza giovani da vivere ancora nella precarietà strutturale. Sono nel mezzo, schiacciati tra due mondi: è il destino di una generazione in gran parte nata con l’analogico e diventata adulta con il digitale.
Da una parte c’è la generazione dei loro genitori, cresciuta in un’economia dove il lavoro era ancora un vettore di mobilità concreta, che ha goduto di contratti stabili, di professionalità riconosciute, che ha potuto acquistare casa, che ha (o avrà) una pensione prevedibile. Dall’altra c’è la Gen Z, che nel lavoro è entrata già disillusa, meno fedele, più pronta a rifiutare. I millennials rimangono intrappolati nell’etica del sacrificio, senza godere della ricompensa.
Questa frizione si vede benissimo online. Su TikTok o Instagram abbondano video di trentacinquenni che scherzano sul fatto di sentirsi “vecchi” dopo una call su Zoom, meme che dicono “il mio lavoro dei sogni è non lavorare”, reel in cui si scherza sul far parte di una generazione giurassica (il riferimento a Jurassic Park, film-icona degli anni Novanta, non è casuale) pur essendo ancora single e senza figli. È ironia, certo, ma è anche un linguaggio che parla di sopravvivenza. Trend come QuitTok, dove si raccontano dimissioni e burnout, o il fenomeno delle lazy girl jobs, lavori ‘noiosi’ scelti per preservare energia mentale, dicono qualcosa di profondo: il successo, per molti, non coincide più con la scalata. Coincide, al massimo, con il contenimento del danno.
È un cambio culturale enorme. Per decenni il desiderio dominante era arrivare ad avere più soldi, più status, più potere. Oggi il desiderio è sottrarsi. Lasciar andare, smettere di lottare per ottenere nulla, ritrovare tempo libero e serenità al di fuori della carriera. Non è che i millennials reggono meno, è che hanno vissuto (e lavorato) abbastanza per capire che il meccanismo non funziona come era stato promesso. Hanno lottato troppo per ottenere troppo poco.
Più che a un crollo, la crisi di mezza età dei millennials sembra una presa di coscienza: è il disincanto di chi capisce che la vita che stava costruendo era il prodotto di aspettative ereditate e, purtroppo, falsate.
Fonte Alfemminile.com

