Male gaze 2.0: l’oggettificazione del corpo maschile

Se la sigla AMOG non vi è familiare, è buona pratica iniziare a prendere dimestichezza con il termine. Acronimo di Alpha Male of the Group, indica l’uomo che, in un contesto sociale, monopolizza attenzione, desiderabilità e status. Nato negli ambienti della cosiddetta manosfera – l’insieme di comunità online dedicate a discutere temi legati alla mascolinità – il concetto è diventato una categoria estetica prima ancora che comportamentale.

Essere un AMOG significa possedere una mandibola pronunciata, spalle larghe, pochi punti percentuali di massa grassa e quella che le community chiamano sexual market value: il valore di mercato sessuale. Il lessico è quello della competizione permanente. Non si parla di persone, ma – appunto – di ranking.

La pressione estetica

Per lungo tempo, nell’immaginario collettivo occidentale, la pressione estetica è stata associata quasi esclusivamente alle donne. I concorsi di bellezza ne rappresentano forse la manifestazione più evidente. Da Miss America a Miss Italia, il Novecento ha trasformato il corpo femminile in una vetrina pubblica: la bellezza diventava, così, una promessa di ascesa sociale.

E ancora. È bene sottolineare che il corpo femminile, prima ancora di essere un terreno di conflitto estetico, era ed è tuttora “movimento” culturale e politico.

Non sorprende allora che proprio contro questi modelli si siano sviluppate alcune delle più importanti mobilitazioni femministe del secolo scorso. Nel 1968, durante il concorso di Miss America ad Atlantic City, attiviste del Women’s Liberation Movement inscenarono una protesta diventata simbolica, gettando in un “Freedom Trash Can” reggiseni, corsetti e altri oggetti associati agli stereotipi di genere.

Lo sguardo maschile

Per decenni sociologhe e studiose hanno interpretato questi fenomeni attraverso la categoria del male gaze, lo “sguardo maschile” teorizzato da Laura Mulvey: una struttura culturale nella quale le donne vengono osservate e valutate principalmente come oggetti visivi.

Oggi, però, qualcosa sembra essersi spostato. Non perché il male gaze sia scomparso, ma perché ha esteso il proprio raggio d’azione: il corpo maschile è diventato a sua volta oggetto di una “sorveglianza” incessante.

Cos’è il looksmaxxing?

È il mondo del looksmaxxing, l’insieme di pratiche che promettono di “massimizzare” l’attrattività attraverso allenamento, skincare, chirurgia estetica e perfino tecniche pseudoscientifiche come il mewing o il bonesmashing. Nato nelle comunità incel e diffuso poi su TikTok e YouTube, il fenomeno propone una lettura quasi algoritmica della bellezza: zigomi, angolo mandibolare, simmetria facciale e altezza vengono trasformati in dati da ottimizzare.

Qui emerge il paradosso. Le battaglie per la body positivity avevano provato, con esiti alterni, a sottrarre il valore personale alla tirannia dell’aspetto fisico. Il nuovo culto della perfezione maschile sembra invece riprodurre lo stesso meccanismo in forma aggiornata. E soprattutto non costruisce comunità. Dove i movimenti di emancipazione cercavano solidarietà, il looksmaxxing produce competizione. Ogni miglioramento individuale diventa il peggioramento relativo di qualcun altro. Non esistono compagni di percorso, ma concorrenti.

Forse per questo tornano alla mente film come Bellissima (1951) di Luchino Visconti. Anna Magnani interpreta una madre che sogna il successo cinematografico per la figlia e finisce per scoprire il prezzo dell’essere guardati. Oppure Little Miss Sunshine (2006), dove una bambina partecipa a un concorso di bellezza senza possedere alcuna delle qualità richieste dal sistema che la giudica. Entrambi raccontano la stessa tensione: il desiderio di essere riconosciuti e il rischio di confondere quel riconoscimento con una classifica.

Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

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