“Per molti giovani non si tratta più soltanto di guadagnare uno stipendio. Attorno al lavoro passa ormai anche la possibilità di tenere insieme vita, tempo, relazioni, equilibrio personale.
Le parole che i giovani associano più spesso all’idea di lavoro raccontano un cambio di prospettiva: «passione», «carriera», «responsabilità», «necessità». Più in basso restano «sacriicio», «dovere», «servizio». Su questa trasformazione pesa anche la precarietà.”
Lo scrive Antonio Fera su Avvenire – Lavoro: i giovani scelgono Io “stipendio emotivo” – e riporta la ricerca internazionale “Footprints. Young People: Expectations, Idvals Beliefs,’presentata a Roma alla Pontificia Università della Santa Croce e realizzata insieme all’istituto di sondaggi Gad3, ha coinvolto oltre novemila giovani tra i 18 e i 29 anni in nove Paesi di quattro continenti – Argentina, Brasile, Filippine, Italia, Kenya, Messico, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti.
Il progetto, avviato nel 2022, ha dedicato una prima indagine a fede e valori e concentrata la seconda tappa su lavoro e impegno civico della GenZ. Sono i nati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Dieci del Duemila.
Ne emerge il ritratto di giovani attraversati da fragilità e incertezze, ancora alla ricerca di un equilibrio tra stabilità materiale, qualità della vita e bisogno di senso.
Il dato che più colpisce è forse questo: quasi un giovane su due dice che rinuncerebbe anche a un lavoro stabile e ben retribuito di fronte a un ambiente percepito come tossico.
Tra le donne la percentuale supera il 50%.
ll salario resta importante – quasi un terzo degli intervistati lo considera ancora la priorità principale, soprattutto in Argentina e Messico – ma non basta più a trattenere il talento.
Accanto alla componente economica emerge quello che i ricercatori definiscono «stipendio emotivo»:qualità dell’ambiente lavorativo, benessere psicologica, relazioni, possibilità di tenere insieme vita privata e professione senza esserne consumati.
Oltre la metà degli intervistati indica nella mancanza di opportunità il principale ostacolo all’ingresso nel mercato occupazionale, con percentuali ancora più alte in Argentina e Kenya Eppure la formazione continua a essere percepita come decisiva:1’87%
considera l’università uno strumento importante soprattutto per accedere a lavori migliori”.

