Partire significa avere il tempo di guardare, finalmente, ciò che durante l’anno ci potrebbe essere sfuggito. È un’intuizione che attraversa il reportage di viaggio di John Steinbeck in Travels with Charley: In Search of America (1962). Le ferie o il tempo libero, in questo senso, non servono soltanto a recuperare energie: sono uno spazio mentale in cui riallacciare fili relazionali, lasciarsi sorprendere da nuovi stimoli e, quindi, affinare lo sguardo.
Il suo nome era Couchi
Tra le letture e le visite culturali che meritano di accompagnare l’estate c’è quella raccontata dal The Times, che racconta la riscoperta di Gustav Badin, figura tanto straordinaria quanto poco conosciuta della storia europea. Al Nationalmuseum di Stoccolma, infatti, la mostra Badin – Beyond Surface and Mask restituisce complessità alla vicenda di Adolf Ludvig Gustav Fredrik Albrecht Couchi, nato intorno al 1747 nella colonia danese di Saint Croix, nei Caraibi, in una condizione di schiavitù, e successivamente condotto in Europa.
Intorno al 1760 il bambino venne presentato come “dono” alla regina Lovisa Ulrika di Svezia: non un gesto di generosità, ma il trasferimento di una persona trattata come proprietà. La sovrana, affascinata dalle teorie illuministiche sull’educazione e, in particolare, dalle riflessioni di Jean-Jacques Rousseau sull'”uomo naturale”, fece di Badin il protagonista di un esperimento pedagogico. Gli venne concessa una libertà inconsueta per verificare se, privo delle costrizioni dell’educazione convenzionale, avrebbe sviluppato spontaneamente virtù e moralità.
Fu proprio in questo contesto che gli venne attribuito il soprannome Badin, dal francese badinage, “arguzia”, “spirito scherzoso”, ma anche “monello”, a richiamare il comportamento irriverente che la corte incoraggiava come parte dell’esperimento educativo.
Col tempo, tuttavia, quell’etichetta finì per oscurare la sua statura intellettuale. Badin imparò a leggere e scrivere, raccolse una ricca biblioteca personale, lasciò diari, lettere e annotazioni, svolse incarichi di fiducia a corte e divenne una presenza stabile nella vita culturale svedese (The Guardian).
La mostra a Stoccolma
È proprio questo il merito principale della mostra di Stoccolma: sottrarre Badin allo stereotipo dell’esotico o del “personaggio curioso” per restituirgli voce attraverso i suoi stessi scritti e attraverso il film commissionato all’artista Salad Hilowle. Il percorso espositivo non celebra un’eccezione, ma invita a riflettere sul modo in cui la storia costruisce – o cancella – determinate soggettività.
In questa prospettiva il dialogo con Edward Said appare inevitabile. In Orientalismo (1978), Said mostrava come il potere non si eserciti soltanto attraverso il dominio politico o militare, ma anche mediante lo sguardo: classificare, rappresentare e raccontare l’altro significa spesso determinarne il posto nel mondo.
La mostra sul Badin sembra muoversi nella direzione opposta: non parla semplicemente di lui, ma prova a guardare la storia con lui. È un cambio di prospettiva che non riscrive il passato, ma ne restituisce la complessità, ricordandoci che ogni archivio custodisce anche le voci che, per troppo tempo, non abbiamo saputo ascoltare.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

