Alla vigilia del G7 di Evian, il presidente francese Emmanuel Macron ha accolto a Nizza 1114 giugno il primo ministro indiano Narendra Modi per inaugurare «Bharat Innovates 2026», primo grande salone delle tecnologie indiane, con 120 startup deep-tech al Palais des Expositions.
L’India, ormai terza potenza tecnologica mondiale, capace di formare oltre un milione di ingegneri l’anno, è anche il Paese che ha adottato più rapidamente l’intelligenza artificiale: la usa il 95% dei lavoratori. Mentre in Francia e in Italia è il 62% degli impiegati frontdesk, nelle medie e grandi imprese, a utilizzarla ogni settimana.
In un’indagine condotta su 11mila 749 impiegati e manager di aziende da diecimila dipendenti in su, in 14 mercati, per capire come l’intelligenza artiϐiciale sta ridefinendo la natura e l’organizzazione del lavoro, con quali rischi e benefici.
Quasi tre quarti degli intervistati (72%) afferma che l’intelligenza artiϐiciale ha già modificato in modo significativo le competenze e quasi la metà rivela di dedicare più tempo alla gestione e supervisione dell’Ai che al lavoro svolto prima.
Soltanto un terzo si sente abbastanza preparato, mentre l’88% dei lavoratori intervistati dichiara di avere bisogno «di una formazione significativa nei prossimi cinque anni per acquisire le competenze necessarie nel lavoro potenziato dall’Ai». C’è anche un 41% che segnala «un maggior carico cognitivo».
Il beneϐicio è invece nelle ore di lavoro ridotte: il 70% dei lavoratori indiani riesce a risparmiare un’intera giornata lavorativa a settimana, ma negli Usa avviene solo per il 42% e in Italia per il 33%. Il risparmio di tempo è maggiore nei settori marketing, information technology, ϐinanza e data science. Ma il «save time» non corrisponde necessariamente al «save cost».
Un paradosso evidenziato dalla ricerca è che, benché in media il 42% dei lavoratori risparmino fino a otto ore la settimana grazie all’Ai, «la maggior parte delle organizzazioni non ha ancora imparato a convertire questo tempo in valore». La vera sϐida oggi è più organizzativa e manageriale che tecnologica. «La prima ondata di adozione dell’Ai si è focalizzata sulla produttività individuale, la prossima necessita una trasformazione collettiva del lavoro — dice Vincianne Beauchene, partner di Bcg e coautrice dello studio —.
Occorre una strategia chiara con priorità ben definite e comunicate all’interno dell’organizzazione — spiega Sylvain Duranton, leader mondiale di Bcg-X (la sezione tecnologica della società di consulenza) —. Piuttosto che investire in nuovi tool è importante ridisegnare il flusso di lavoro. Misurare l’efϐicacia e il grado di soddisfazione, anziché il grado di adozione». Per ottenere benefici bisogna che le persone siano informate e al centro del progetto di trasformazione. Altrimenti si rischiano dispersione e diffidenza. EƱ un problema discusso anche al convegno «Ai e mercato del lavoro: trasformazioni, competenze e organizzazione», che si è svolto a Milano il 12 maggio. «Stiamo assistendo a un passaggio decisivo: le macchine non sono più solo strumenti, ma interlocutori cognitivi — spiega la relatrice Gianna Martinengo, ceo di Dkts e presidente di WomeneTech —.
L’affidamento continuo ai suggerimenti generati dagli algoritmi può determinare un’attenuazione di competenze fondamentali, come il pensiero critico o la capacità di risolvere problemi. È necessario sviluppare modelli in cui l’intelligenza artiϔiciale agisca come fattore di po- tenziamento, senza sostituire la capacità umana di valutare e decidere». È già evidente la paura di essere sostituiti dagli algoritmi e di perdere il posto di lavoro, espressa non soltanto dal 56% degli indiani, ma anche da quasi la metà dei lavoratori inglesi 13 (49%) e spagnoli (45%), o da quasi un terzo dei francesi. In Italia il grado di preoccupazione è più basso (22%), perché la penetrazione dell’Ai nelle aziende è più lenta e meno profonda.
«C’è ancora un forte divario tra le imprese medio grandi, dove l’intelligenza artiϐiciale è in via di adozione quasi nell’8o% dei casi, e le piccole, dove è usata da meno del 10% — dice Elisabetta Paddeu, senior manager Ict di Gi Group, multinazionale italiana del lavoro sostenibile con servizi di consulenza per le risorse umane in 37 Paesi —. Rispetto all’Ai generativa abbiamo visto che c’è un’iniziativa diffusa a livello individuale nell’adottarla da parte dei lavoratori, che le aziende a volte sono in ritardo a governare». Le risorse umane svolgono un ruolo centrale per gestire il cambiamento portato dall’Ai.
«C’è un forte aumento della domanda di proϔili con competenze di Ai, che abbiamo misurato negli annunci su Linkedin — osserva Paddeu—: non solo per i ruoli tecnici, anche in settori come marketing, customer-care, logistica, ufϔici legali. Se ϔinora la decisione di adottare I’AI era motivata dalla riduzione di costi, ora il problema della strategia è diventato centrale per un’adozione che permetta un vero miglioramento dei flussi di lavoro. Ma occorre un coinvolgimento consapevole dei dipendenti»confronti delle nuove generazioni.

