«Era una città di mattoni rossi, o piuttosto di mattoni che sarebbero stati rossi se il fumo e la cenere lo avessero permesso». Così Charles Dickens descriveva Coketown in Hard Times (1854), il suo ritratto più celebre della città industriale inglese. Non è “solo” Londra, ma è la sintesi letteraria di un’urbanizzazione che nell’Ottocento aveva trasformato le città in luoghi produttivi prima ancora che vivibili. Da allora il tempo è passato. Le metropoli restano attraversate da disuguaglianze, traffico e isole di calore, ma oggi ricerca scientifica, progettazione urbana e politiche pubbliche offrono strumenti concreti per immaginare città alternative.
Cosa significa città vivibile?
La vivibilità urbana è un concetto sfuggente, ma comprende alcuni elementi ormai condivisi: la possibilità di muoversi facilmente, respirare aria migliore, trovare spazi verdi, sentirsi sicuri e vivere ambienti che favoriscano il benessere fisico e mentale. Non coincide semplicemente con l’efficienza di una città; riguarda piuttosto la qualità dell’esperienza quotidiana dei suoi abitanti.
Tra le iniziative più interessanti figurano quelle sperimentate nei Paesi Bassi per affrontare le ondate di calore. Il The Guardian racconta di “giungle mobili”, installazioni temporanee di alberi e vegetazione, pergolati, opere d’arte che creano ombra e una pianificazione urbana che considera il raffrescamento come un’infrastruttura pubblica (The Guardian). Non è solo una questione di comfort: numerosi studi mostrano che il caldo riduce la concentrazione, rallenta le prestazioni cognitive e abbassa la produttività, rendendo il clima urbano anche un tema economico oltre che sanitario.
Un’altra leva è la mobilità ciclabile. Una recente sintesi delle ricerche pubblicata da Rivista Studio evidenzia come utilizzare la bicicletta negli spostamenti quotidiani produca benefici cardiovascolari, migliori l’umore e contribuisca alla salute mentale, riducendo stress e sintomi depressivi (Rivista Studio). Investire nelle piste ciclabili significa quindi promuovere contemporaneamente salute pubblica, sostenibilità ambientale e qualità dello spazio urbano.
Anche i materiali con cui costruiamo le città stanno cambiando. Un approfondimento di Wired Italia racconta il lavoro di alcune imprese che cercano di alleggerire l’impatto climatico del cemento, responsabile di una quota significativa delle emissioni globali di CO₂. L’innovazione, tuttavia, incontra ostacoli che non sono tecnologici ma regolatori. Come osserva uno degli imprenditori intervistati, alcuni governi europei, «e in particolare quello francese, forniscono sussidi notevoli per gli investimenti nella CCS». Il problema, aggiunge, è che «non c’è competizione, perché i grandi cementifici lavorano contro chi cerca di introdurre nuove tecnologie temendo di favorire dei concorrenti». Il risultato è «un ambiente regolatorio in cui si blocca l’innovazione invece di fornirle una corsia preferenziale».
Le città del XXI secolo non assomigliano più a quelle raccontate da Dickens, ma continuano a interrogare la società sul rapporto tra sviluppo e qualità della vita. I ricercatori scrivono spesso che il futuro dipende dalle scelte che compiamo oggi: una frase ripetuta così tante volte nei rapporti sul clima da rischiare di diventare “normale”. Eppure, come accade con le pagine di Dickens, basta tornare a guardare le città per accorgersi che ogni trasformazione comincia sempre da ciò che decidiamo di costruire, o di de-costruire.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

