Con l’avvicinarsi delle ferie estive torna anche il rito dell’organizzazione: prenotare in anticipo, ottimizzare gli spostamenti, evitare sovrapposizioni, costruire itinerari “efficienti”. La vacanza, teoricamente spazio dell’imprevisto e del riposo, rischia così di trasformarsi in un progetto, per così dire, “manageriale”.
In fondo, il caos della famiglia McCallister in Mamma, ho perso l’aereo (1990) appare oggi quasi inconcepibile: l’entropia domestica che porta a dimenticare Kevin a casa è figlia di un’epoca ancora analogica, in cui il tempo non era costantemente monitorato e dominato da notifiche e calendari sincronizzati.
Oggi perderemmo meno facilmente un figlio in aeroporto: più probabilmente, perderemmo la capacità di “perderci”.
F.O.M.O.
Negli ultimi anni si è affermata una tendenza sempre più evidente: riempire il tempo libero. È qui che entra in scena la sigla FOMO (Fear of Missing Out) cioè la paura di essere esclusi da esperienze sociali, culturali o professionali considerate rilevanti.
Il termine, diffusosi con l’esplosione dei social network, descrive una condizione ormai strutturale: il tempo libero non è più vuoto da abitare, ma spazio da performare. Ogni momento deve produrre qualcosa, come esperienze, immagini, relazioni e contenuti.
La profezia mancata di Keynes
Eppure, quasi un secolo fa, l’economista John Maynard Keynes – battezzato “padre della macroeconomia” – immaginava uno scenario opposto. Nel saggio Economic Possibilities for our Grandchildren del 1930, Keynes ipotizzava che il progresso tecnologico avrebbe gradualmente risolto il problema economico dell’umanità, riducendo drasticamente il tempo di lavoro.
I suoi nipoti, sosteneva, avrebbero lavorato circa quindici ore a settimana, dedicando il resto del tempo alla cultura, alla contemplazione, alle relazioni umane. Una previsione ripresa recentemente anche da numerosi studi sulla “commodification of leisure”, la mercificazione del tempo libero.
La realtà contemporanea sembra però aver smentito quella promessa. Non lavoriamo necessariamente meno; soprattutto, non smettiamo mai davvero di lavorare. Lo smartphone ha reso il tempo poroso: mentre consumiamo contenuti, produciamo dati; mentre scorriamo immagini, alimentiamo piattaforme; mentre ci rilassiamo, restiamo economicamente attivi. Il capitalismo digitale ha incorporato anche l’ozio, trasformandolo in materia prima.
Il nodo della contemporaneità
L’artista e scrittrice Jenny Odell, autrice di How to Do Nothing (2019) e Saving Time (2023), ha descritto con precisione questo slittamento culturale. In un’intervista a Rivista Studio osserva come perfino nella Silicon Valley il tempo libero venga reinterpretato in chiave produttiva: emblematico è il fenomeno delle walking meetings, riunioni svolte camminando, dove persino il movimento e il benessere fisico vengono integrati nell’efficienza lavorativa.
Così, mentre aumentano le tecnologie pensate per “farci risparmiare tempo”, diminuisce la nostra esperienza concreta del tempo stesso. Lo liberiamo, ma subito lo riempiamo. Lo acceleriamo, ma raramente lo abitiamo. E forse è proprio qui il nodo della contemporaneità: abbiamo guadagnato il tempo, perdendone però il significato.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

