Nella seconda metà del Novecento, in Europa, la forbice delle disuguaglianze di ricchezza si era allargata molto meno che in altre parti del mondo. Ma oggi questo modello sociale è picconato da più parti, in particolare nel caso delle maggiori multinazionali continentali. Il plotone dei 100 gruppi europei più importanti sembra dirigersi in senso opposto, verso disparità importanti.
A mettere il dito sulla questione è il ramo francese dell’Ong internazionale Oxfam, con un rapporto di ampio respiro che analizza proprio il comportamento della top 100 dei colossi privati continentali, nel periodo fra il 2022 e il 2024. A saltare subito agli occhi è il fossato di redditi, “all’americana” fra i vertici delle multinazionali e le remunerazioni degli altri dipendenti.
Oxfam addita pure il perpetuarsi del cosiddetto “social washing”: ovvero
dichiararsi per l’equità e l’inclusione, come nel caso di 4 big su 5, ma senza
cambiare in realtà le pratiche che perpetuano o rafforzano le disuguaglianze. Nonostante legislazioni più severe in certi Stati, permane pure il nodo delle pari opportunità. In media, nei grandi gruppi, le donne guadagnano circa l’11% meno degli uomini. In questo campo, i peggiori della classe in Europa sono banche e assicurazioni, come nel caso dei tedeschi Deutsche Bank e Talank, o della francese Bnp Paribas, con divari che superano il 30%.
Nell’insieme, questi dati confermano un sentire diffuso fra gli europei. Secondo un recente sondaggio a cura della Commissione Ue, 4 cittadini su 5 (81%) giudicano gli squilibri di ricchezza troppo importanti, dicendosi favorevoli misure correttive da parte dei rispettivi governi. Ma la stessa relazione fra politica e multinazionali, denuncia Oxfam, non è trasparente.
Il fossato dei redditi.
Nel 2024, il Ceo tipo di questi giganti europei guadagnava 78 volte il salario
medio nell’azienda, contro 74 volte nel 2022. Lo scarto sale a 361 volte, nel caso della multinazionale francese della distribuzione Carrefour. Fra gli esempi di “moderazione” figurano dei gruppi a partecipazione statale, come il colosso petrolifero polacco Orlen, il cui Ceo guadagna 5 volte il salario medio. Fra i settori che strapagano i propri Ceo, figura il farmaceutico, con remunerazioni superiori ai 13 milioni presso i giganti GSK, AstraZeneca e Novartis, contro una media di circa 6 milioni.
Fra i gruppi italiani, spicca Generali, oltre quota 11 milioni. Un’altra tendenza messa in luce nel rapporto riguarda la porzione degli utili distribuiti agli azionisti, in media a un livello del 68%. Proprio in una fase in cui, sullo sfondo della crisi ecologica e climatica, si invocano invece campagne coraggiose di investimenti
virtuosi dei big per ridurre in particolare l’impatto di metodi e impianti produttivi. Dopo decenni di scarsa attenzione per le esternalità negative ambientali, la svolta tanto attesa rischia cosı̀ ancora di slittare.
In effetti, se le grandi aziende con ampi margini finanziari non danno
l’esempio, scongiurare l’inerzia potrebbe divenire un miraggio. In ambito ecologico, nel 2024, le attività dei 100 gruppi considerati pesavano circa un quarto delle emissioni mondiali totali, con in testa i gruppi Shell, Rio Tinto e Airbus. Secondo il rapporto, certe multinazionali, come il colosso petrolifero Bp, Telefónica e Zurich Insurance Group, hanno persino versato dividendi superiori agli utili. Insomma, indebitarsi pur di soddisfare gli azionisti.

