Il pesce non è fresco… ma la chat non si tocca

Chat di gruppo inviolabile, giudici salvano impiegata 'criticona’.

“Il pesce che vendiamo non è fresco” e ancora “le modifiche ai turni di lavoro non ci piacciono”. I colleghi del reparto pescheria di un supermercato si sfogavano in una chat di gruppo, nel mirino i turni di lavoro e anche la qualità ittica sul bancone. I vocali di una di loro, anche delegata sindacale, erano poi finiti nelle mani dei superiori che l’avevano sospesa per essersi lasciata andare a valutazioni ritenute “denigratorie” dei capi ma anche del pesce “ledendo l’immagine commerciale” della società.

Il tribunale del lavoro di Ancona al quale la donna si era rivolta aveva dato ragione ai ‘superiori’ confermando la sospensione dal lavoro e dello stipendio per cinque giorni.

 Ma il ricorso ha cambiato prospettiva perchè la Corte d’Appello ha descritto come un fortino inviolabile la chat di gruppo in cui, come affermato dalla dipendente punita, si utilizzava un linguaggio “colorito e goliardico” proprio perchè ci si sentiva al riparo.

E del resto i giudici d’appello hanno sottolineato che, anche nei casi in cui volino parole grosse in chat, “la gravità del linguaggio utilizzato non vale, di per sè, a degradare la comunicazione privata in comunicazione disciplinarmente rilevante, in quanto il potere disciplinare datoriale incontra un limite invalicabile nei diritti fondamentali del lavoratore, e in particolare nella libertà e segretezza della corrispondenza”.

Non vale a escludere la tutela costituzionale nemmeno, si legge nella sentenza, “il fatto che il contenuto della comunicazione sia stato portato a conoscenza del datore di lavoro per iniziativa di uno dei partecipanti alla chat.

Il pesce non è fresco ma la chat non si tocca

La Cassazione ha chiarito che la rivelazione del messaggio da parte di un co-destinatario integra comunque una violazione della segretezza della corrispondenza, che non può legittimare l’utilizzo datoriale del contenuto comunicativo quale base di un provvedimento disciplinare, risolvendosi altrimenti in una indebita compressione della libertà di comunicare riservatamente”.

E del resto i giudici d’appello hanno sottolineato che, anche nei casi in cui volino parole grosse in chat, “la gravità del linguaggio utilizzato non vale, di per sé, a degradare la comunicazione privata in comunicazione disciplinarmente rilevante, in quanto il potere disciplinare datoriale incontra un limite invalicabile nei diritti fondamentali del lavoratore, e in particolare nella libertà e segretezza della corrispondenza”.

Non vale a escludere la tutela costituzionale nemmeno, si legge nella sentenza, “il fatto che il contenuto della comunicazione sia stato portato a conoscenza del datore di lavoro per iniziativa di uno dei partecipanti alla chat.

La Cassazione ha chiarito che la rivelazione del messaggio da parte di un co-destinatario integra comunque una violazione della segretezza della corrispondenza, che non può legittimare l’utilizzo datoriale del contenuto comunicativo quale base di un provvedimento disciplinare, risolvendosi altrimenti in una indebita compressione della libertà di comunicare riservatamente”.

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