“Mentre il Governo sbandiera il “salario giusto” come conquista storica per i lavoratori, quattro emendamenti nascosti nella legge di conversione rischiano di svuotarne il contenuto più importante. Una contraddizione che non è passata inosservata ai sindacati.
Ma durante la conversione parlamentare del decreto sono stati presentati quattro emendamenti – i nn. 7.17, 7.19, 7.20 e 7.22 – firmati da esponenti di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Azione. È proprio su questi interventi che si è acceso lo scontro con le organizzazioni sindacali, che li considerano una retromarcia rispetto alle tutele finora riconosciute ai lavoratori.
Cosa dicono gli emendamenti che preoccupano i sindacati
Il nodo centrale è nell’emendamento n. 7.17, firmato dagli onorevoli Furgiuele Domenico, Caparvi Virginio, Giaccone Andrea e Lazzarini Arianna, a cui si affianca un testo analogo presentato dall’onorevole Ettore Rosato di Azione. Il testo stabilisce che, nei confronti dei datori di lavoro che applicano il trattamento economico previsto dai contratti collettivi conformi al decreto, l’eventuale rideterminazione giudiziale della retribuzione avrà efficacia esclusivamente per il periodo successivo alla presentazione della domanda giudiziale.
In termini pratici, significa che se un giudice accerta che la paga di un lavoratore non rispetta i parametri costituzionali dell’articolo 36, il riconoscimento economico scatterà soltanto dalla data in cui il dipendente ha avviato la causa. Tutti gli anni precedenti – quelli in cui il lavoratore ha subìto una retribuzione inadeguata senza ricorrere al tribunale, spesso per timore di ritorsioni o di perdere il posto – non verrebbero recuperati. Un principio che stravolge la logica tradizionale del diritto del lavoro, dove il danno subìto nel tempo viene risarcito integralmente.
Perché si parla di stop agli arretrati e cosa prevede la Costituzione
Il cuore del problema è il rapporto tra questa norma e il diritto agli arretrati come finora interpretato dalla giurisprudenza. Secondo le regole ordinarie dell’ordinamento italiano, quando una retribuzione viene giudicata non conforme all’articolo 36 della Costituzione, il lavoratore ha diritto a recuperare tutte le differenze retributive maturate nel corso del rapporto di lavoro, non solo quelle successive all’azione legale. Si tratta di un principio consolidato: la retribuzione costituzionalmente adeguata è un diritto che nasce con il contratto, non con la causa.
Gli emendamenti in questione rovesciano questa logica, introducendo una sorta di prescrizione anticipata mascherata da limite processuale: il lavoratore può ottenere giustizia, ma solo in avanti nel tempo, non indietro. Il paradosso è evidente: proprio nel provvedimento che dovrebbe affermare il salario giusto viene inserita una norma che limita la possibilità di ottenerlo retroattivamente.
Non è la prima volta che questa soluzione viene proposta: gli stessi partiti di centrodestra avevano già avanzato proposte analoghe nel corso del 2025, salvo poi ritirarle. Oggi ricompaiono, in forma di emendamento, all’interno di un decreto che – almeno nelle intenzioni dichiarate – dovrebbe tutelare i lavoratori”.
Fonte: Brocardi.it
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