Nel lessico urbanistico italiano il termine ecomostro indica un’opera considerata invasiva o incompatibile con il paesaggio e con gli equilibri naturali. Non si tratta soltanto di un giudizio estetico: la parola richiama l’idea di un intervento umano capace di alterare ecosistemi, consumare risorse e trasformare irreversibilmente territori. Oggi, accanto agli ecomostri di cemento che hanno segnato il dibattito pubblico degli ultimi decenni, si affaccia una nuova categoria di infrastrutture controverse: i data center.
La minaccia dei data center
Li chiamano le “cattedrali del calcolo”, un’espressione che ne restituisce efficacemente la natura. Immensi edifici dedicati all’elaborazione dei dati, spesso estesi per oltre 165 mila metri quadrati, equivalenti a circa 32 campi da football. Al loro interno migliaia di server lavorano ininterrottamente per alimentare servizi digitali e sistemi di intelligenza artificiale.
Ma la loro imponenza non è soltanto fisica. A preoccupare cittadini e amministrazioni sono soprattutto il consumo energetico, il rumore continuo degli impianti di raffreddamento e gli effetti indiretti sulle comunità locali: dall’aumento della domanda elettrica fino al timore di rincari nelle bollette, dalla riduzione del valore degli immobili vicini alle possibili conseguenze ambientali.
La contestazione negli Stati Uniti
Non sorprende, quindi, che negli Stati Uniti stia emergendo una crescente opposizione. Secondo un sondaggio realizzato da Heatmap Pro, il 71% degli americani si dichiara contrario alla costruzione di un data center nelle vicinanze della propria abitazione; il 55% afferma addirittura che sarebbe disposto a opporsi “con la forza” (Wired).
In alcuni casi la protesta ha assunto toni estremi: l’episodio di un uomo armato che avrebbe esploso alcuni colpi d’arma da fuoco davanti all’abitazione di un consigliere comunale dell’area di Indianapolis favorevole a un progetto di data center, lasciando poi un messaggio inequivocabile: “No data center” (Internazionale).
La reazione del mondo accademico
La contestazione, tuttavia, non si limita ai residenti. Anche il mondo accademico manifesta segnali di insofferenza verso la retorica dell’innovazione tecnologica a ogni costo. Nelle università statunitensi si moltiplicano episodi di protesta contro l’Intelligenza artificiale e contro i relatori che ne celebrano le potenzialità (Rivista Studio).
Emblematico il caso del comico Ronny Chieng, ospite dell’Harvard College Class Day 2026. Salito sul palco, ha esordito con un provocatorio “Fuck AI”, ripetuto più volte tra gli applausi degli studenti, per poi sostenere che la “missione” delle nuove generazioni dovrebbe essere quella di “distruggere l’AI” (Repubblica). Al di là della provocazione, il messaggio intercetta una preoccupazione diffusa: che l’automazione finisca per impoverire creatività, pensiero critico e autonomia intellettuale.
Non solo. Su un piano più riflessivo si colloca invece la testimonianza di Timnit Gebru, ingegnera informatica nota per le sue ricerche sui rischi etici dell’Intelligenza artificiale. Dopo aver lavorato nei grandi ecosistemi tecnologici, Gebru ha scelto denunciare le conseguenze sociali e culturali di uno sviluppo privo di adeguati contrappesi. Una scelta maturata, come ha raccontato lei stessa, quando ha compreso “quanto significava danneggiare le persone a me vicine e degradare me stessa”. È forse qui che si concentra il nodo della questione: non un rifiuto della tecnologia in sé, ma la richiesta di interrogarsi sui suoi costi ambientali e sociali.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

