Consumati dal lavoro

“Cinquant’anni di burn-out: come il lavoro ha conquistato tutto, anche le nostre identità, e poi ci ha venduto gli strumenti per sopportarlo“.

“Nato come osservazione clinica nelle professioni di cura ‒ medici, infermieri, operatori sociali ‒ il burn-out ha progressivamente coinvolto molte altre categorie, dal settore tecnologico all’istruzione fino alla ricerca accademica.

La prima descrizione risale al 1974. In una clinica per tossicodipendenti del Lower East Side di New York, lo psicologo Herbert Freudenberger lavorava con un personale composto in gran parte da volontari, persone che avevano scelto di essere lì, investendo tempo ed energie che nessun contratto richiedeva. A poco a poco notò che qualcosa, in alcuni di loro, si incrinava. Diventavano cinici, svuotati, rigidi, distanti, in un modo che non coincideva con la stanchezza ordinaria. Cercò una parola per definire quello stato e la trovò in un’espressione americana dell’epoca, burn out, bruciare fino in fondo. La pubblicò sul Journal of Social Issues e aprì, senza saperlo, uno dei filoni di ricerca più prolifici e controversi della psicologia del Novecento. I soggetti più esposti, scriveva Freudenberger, erano quelli che credevano di più in ciò che facevano. Nella sua formulazione iniziale, il burn-out appare come una patologia dell’investimento emotivo.

Questo modello viene formalizzato alla fine degli anni Settanta da Christina Maslach, psicologa sociale della University of California, Berkeley, a partire da una serie di interviste con professionisti dei servizi alla persona, tra cui infermieri, assistenti sociali e insegnanti, che descrivevano una forma di esaurimento legata al contatto continuo con gli altri.

Da quel lavoro nasce il Maslach Burnout Inventory, pubblicato all’inizio degli anni Ottanta e tuttora uno tra gli strumenti più utilizzati per misurare il burn-out.

Nel tempo il questionario di Maslach è stato rivisto e adattato a diversi contesti professionali, e alla sua diffusione si sono affiancati altri strumenti di misurazione.

Alcune questioni metodologiche restano però aperte.

Le soglie che distinguono livelli alti, moderati o bassi di burn-out derivano da campioni professionali specifici, valori costruiti in contesti storici e lavorativi circoscritti e poi utilizzati come standard anche in ambienti molto diversi. La terza dimensione della triade, la ridotta realizzazione personale, ha nel tempo mostrato un profilo psicometrico meno robusto delle altre due, e non è sempre chiaro se intercetti gli effetti del lavoro o aspetti più generali dell’autovalutazione individuale. Il problema più evidente resta però la variabilità tra gli studi.

Una revisione pubblicata su JAMA ha analizzato 182 ricerche sul burn-out tra i medici trovando stime di prevalenza tra lo zero e l’80%. Una forbice di questa ampiezza segnala che il burn-out viene misurato con definizioni, soglie e strumenti tra loro non comparabili.

La diffusione del burn-out ha raggiunto una dimensione che rende difficile continuare a trattarlo come una questione individuale.

Secondo il rapporto State of the Global Workplace 2026 di Gallup, la quota globale di lavoratori che si sente motivata, riconosciuta e realmente presente nel proprio lavoro è del 21%. In Europa la situazione è ancora più marcata: solo il 13% dei lavoratori rientra in questa categoria, il dato più basso tra tutte le regioni monitorate. Il 40% della forza lavoro mondiale riferisce di aver vissuto livelli elevati di stress nella giornata precedente all’intervista, una quota che negli Stati Uniti e in Canada sale al 50%. Le donne risultano più colpite degli uomini, così come i lavoratori sotto i 35 anni. Sono numeri che attraversano settori, generazioni e geografie, e che descrivono qualcosa di sistemico”.

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