Alle 8.30 del mattino, il silenzio delle aule italiane ha segnato l’inizio della prima prova dell’Esame di Stato 2026. Oltre mezzo milione di studenti si sono confrontati con sette tracce che, come ogni anno, hanno fotografato non soltanto il livello della preparazione scolastica, ma anche il tempo storico in cui viviamo (ANSA). Tra queste, una delle più discusse è stata quella dedicata a I confini contano (2021, Meltemi Editore) del sociologo Frank Furedi, chiamato a riflettere sul rapporto tra generazioni, sul concetto di “adultescenza” e sulla necessità di ridefinire limiti e responsabilità.
Il dibattito
La scelta ministeriale ha però suscitato un dibattito che va ben oltre la dimensione educativa. Se Alberto Pellai ha definito la traccia «un’ottima occasione» per interrogare il rapporto tra adulti e adolescenti e la crisi dell’autorevolezza educativa (Repubblica), numerose sono state le critiche rivolte all’autore selezionato. Christian Raimo ha parlato di una precisa operazione culturale, sostenendo che la presenza di Furedi nelle tracce rifletta l’impianto pedagogico promosso dal Ministero dell’Istruzione negli ultimi anni: una visione che privilegerebbe responsabilità individuale, ordine simbolico e critica alla cosiddetta cultura “woke”, trascurando invece le condizioni sociali e materiali che determinano le traiettorie dei giovani (Domani).
Ed è proprio qui – in questa “rottura” – che la maturità, intesa come prova di cittadinanza prima ancora che scolastica, è capace di trasformarsi in un’occasione preziosa di argomentazione critica. Perché il tema dei confini non riguarda soltanto il delicato passaggio tra adolescenza ed età adulta. Oggi la parola “confine” attraversa il lessico politico europeo con un’intensità che rende impossibile separare la riflessione culturale dall’attualità.
Scuola e politica
Lo dimostra il caso dell’opuscolo realizzato da Frontex e destinato ai bambini (dai 6 agli 11 anni) coinvolti nelle procedure di rimpatrio. Illustrato come un fumetto e costruito con un linguaggio rassicurante, il libretto presenta il ritorno forzato come un’esperienza ricca di “nuove amicizie” e “nuovi dolci”. Non sono mancate dure critiche da parte di organizzazioni umanitarie e osservatori internazionali, che hanno denunciato il rischio di normalizzare, persino attraverso il linguaggio dell’infanzia, la violenza dell’espulsione (Parents).
In questo intreccio tra scuola e politica, la traccia su Furedi assume allora un significato ulteriore. Parlare di confini significa inevitabilmente interrogarsi anche sulle frontiere che separano appartenenza ed esclusione, sicurezza e diritti: il “noi” dall’Alterità.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

